Si è discusso troppo poco della decisione del NY Times di oscurare ai lettori britannici propri contenuti. Un opportunismo che non ha niente a che vedere con la legalità sbandierata dal celebre quotidiano

Roma - La settimana scorsa il New York Times si è reso protagonista di un episodio che ha fatto molto discutere. Il quotidiano newyorkese, spesso giustamente citato fra le bandiere dell'etica giornalistica, ma anche da sempre ricordato per essere uno dei pionieri del passaggio della comunicazione giornalistica dalla carta al web, ha scelto di escludere una parte dei suoi lettori internet, quelli abitanti sul suolo britannico, dalla lettura di un articolo intitolato Details Emerge in British Terror Case. I lettori inglesi del sito web del NYT, cliccando sul link, si sono trovati di fronte un comunicato dell'editore che li informava del fatto che, in ossequio alle normative vigenti in Gran Bretagna, il contenuto dell'articolo (una inchiesta sulla risibilità delle minacce terroristiche che hanno paralizzato gli aeroporti inglesi nell'agosto scorso) non era per loro (e solo per loro) accessibile.

Non è ben chiaro se il sistema di filtro adottato dal New York Times sia stato quello noto del geotargeting (vale a dire l'analisi degli IP dei computer collegati al sito del giornale), lo stesso metodo comunemente utilizzato per personalizzare i messaggi pubblicitari, o se si sia invece basato sul database di registrazione del quotidiano, i cui articoli sono di norma liberamente accessibili online ma solo previa registrazione. Comunque stiano le cose ed indipendentemente dall'efficacia dei presidi tecnologici utilizzati, si è trattato di una scelta per molte ragioni censurabile, della quale si è forse discusso troppo poco.

Il New York Times cita, a propria giustificazione, comprensibili rischi legali connessi alla violazione di leggi di uno stato estero. Infatti nella giornata di pubblicazione dell'articolo, l'International Herald Tribune, quotidiano cartaceo stampato in Europa che riporta articoli tratti dal NYT non è uscito in Inghilterra, ma facendolo ci informa del fatto che la Gran Bretagna è comunque un paese nel quale vige la "libertà di stampa". Affermazione contraddittoria o per lo meno discutibile in quanto la norma inglese che impedisce di trattare sui media argomenti riguardanti individui sotto inchiesta certamente collide in maniera significativa con l'idea stessa di libertà di stampa. Al contempo, la valutazione del quotidiano newyorkese di acconsentire al rispetto di norme locali laddove esista una "cosiddetta" libertà di stampa presume che, magari domani in Cina, in situazioni analoghe il medesimo editore possa comportarsi in maniera diametralmente opposta (come del resto avviene ogni giorno da anni).

Insomma il NYT decide di volta in volta, a seconda delle contingenze del momento quando e come, attraverso le proprie pubblicazioni online, di rispettare leggi nazionali di questo o quel paese: se informare i cittadini inglesi che gli attentatori appena arrestati in quel paese non avrebbero potuto, nell'imminenza dell'emergenza, compiere nessuno degli attentati di cui sono accusati (visto che non avevano biglietti aerei, non avevano passaporti e nemmeno bombe pronte all'uso) o se invece, per esempio, dedicare un articolo al Chinese Firewall (la grande multiforme censura del regime cinese sul web) preoccupandosi di applicare il geotargeting agli abitanti di Pechino e zone limitrofe.

È curioso come le medesime importanti notizie catapultate in una parte del mondo siano "ammirevole diritto di cronaca" mentre altrove diventino improvvisamente violazione di rispettabili normative nazionali.

E tuttavia non è solo in questo farisaico pendolamento che sta il problema. Il problema vero sta invece nella capacità di accettare la natura stessa di Internet. La sua transnazionalità di cui mille volte si è parlato. Benché finga di non saperlo, il quotidiano newyorkese quando pubblica un articolo sul proprio sito web non lo pubblica in USA, in Messico, in Argentina, in Italia, in Lettonia, in Cina, in Lussemburgo e via elencando, lo pubblica "in rete". Lo pubblica su Internet. Affida le proprie autorevoli parole ad una rete di collegamenti che ignorano e superano non solo i confini nazionali e le distanze continentali, ma perfino patetici artifici come le classi di IP. Come sempre è avvenuto in occasioni simili, meno importanti di questa, meno gravi di questa, dopo poche ore dalla notizia dell'embargo informativo, qualsiasi sprovveduto navigatore della rete inglese poteva comunque raggiungere l'articolo in questione su centinaia di differenti altri siti web nei quali esso era stato duplicato, copiato e commentato. Alla faccia del geotargeting ed altre amenità del genere.

Come molti osservatori hanno fatto notare, si è così raggiunto l'effetto opposto a quello dichiarato: moltissime persone che mai avrebbero letto l'inchiesta, se la sono andata a cercare proprio nel momento in cui hanno appreso che si trattava di materiale che in Gran Bretagna non si sarebbe dovuto leggere. Un articolo importante di un grande quotidiano liberamente accessibile in Cina ma non a Londra? Curioso no?

Quando si parla di neutralità della rete (e se ne è parlato tanto negli ultimi tempi), si accenna in fondo anche a queste cose. Ci si riferisce in definitiva ad un unico concetto che può andare variamente declinato e cioè che Internet fino ad oggi ha lasciato ad ognuno di noi la scelta finale su quali siano i contenuti per noi adatti. Internet è stata la dorsale stupida di qualsiasi notizia vera o falsa che fosse. E la cosa, contro ogni previsione e giudizio di merito, ha funzionato e continua a farlo egregiamente. È banalmente qui la grande sostanziale differenza con tutti gli altri media che l'hanno preceduta. L'incapacità tecnologica ad essere filtro per le masse. Ed anche la ragione stessa del suo successo planetario.

Che le forzature ad una simile inattesa e travolgente "dittatura dell'utente" vengano dagli ISP o dai fornitori di contenuti multimediali, incapaci di spremere la gallina dalle uova d'oro come forse sarebbe possibile (ma solo se i fiumi andassero in salita), certamente non meraviglia. Che simili scelte di corto respiro (e di grande rischio per la libertà stessa della rete) vengano da uno dei più ammirati giornali del mondo, questo è invece un fatto inatteso e ingiusto e per ciò doppiamente triste.

Massimo Mantellini
Manteblog

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