<B>Google? Funziona come il cervello<br>Cerca informazioni in modo simile</B>
Il più celebre motore di ricerca cataloga i dati proprio come la nostra mente
E il suo studio può essere utile per indagare anche i meccanismi della memoria
Google? Funziona come il cervello
Cerca informazioni in modo simile


ROMA - Google? Non ha inventato nulla. Altro che sofisticati e segretissimi algoritmi: il motore di ricerca più famoso al mondo sfrutta in realtà lo stesso modo di catalogare le informazioni del nostro cervello. Lo hanno dimostrato i ricercatori dell'università californiana di Berkeley con uno studio pubblicato dalla rivista Psychological Science.

"La nostra memoria per le parole può essere rappresentata come una rete - spiega Tom Griffiths, autore dello studio - in cui ogni nodo rappresenta una differente parola, ognuna connessa ad altri termini simili. Abbiamo voluto capire se la facilità con cui il cervello richiama le parole è simile al modo con cui i siti web vengono catalogati dall'algoritmo di Google, cioè dal numero di connessioni che portano a uno stesso sito".

Dai test eseguiti risulta che PageRank, l'algoritmo di Google, è quello che imita meglio il modello umano rispetto agli altri motori di ricerca: "questo suggerisce - spiega il ricercatore - che gli studi sulla memoria umana possono essere migliorati tenendo conto dai trucchi di PageRank, e viceversa".

Proprio da osservazioni fatte sul cervello umano nascerà a metà del prossimo anno un motore di ricerca per immagini, che sta sviluppando Chris Woodbeck, un ricercatore dell'università canadese di Ottawa.

L'algoritmo è già coperto da brevetto, e potrebbe essere il primo tentativo efficace di catalogare e riconoscere contenuti multimediali. "Il cervello è molto 'parallelo' - spiega Woodbeck - e riesce a fare un sacco di cose contemporaneamente. Lo stesso si può dire per i processori grafici: facendo in modo che il processore faccia le stesse cose del cervello si possono elaborare e catalogare le informazioni visive molto più efficacemente".

La rivoluzione degli e-book sta arrivando oppure no? Il lancio di Kindle di Amazon ha lasciato molte persone incertecostituisca effettivamente un passo avanti nel cammino che dovrebbe portare all'affermazione definitiva dell'editoria elettronica. se questo e-book reader sia destinato a un flop o no...
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E dunque il tanto atteso Kindle è infine arrivato. Dopo mesi di rumors e indiscrezioni, Jeff Bezos ha squarciato il velo e avviato la grancassa (organizzata niente male) per il lancio di Kindle: l’eBook reading device basato su inchiostro elettronico di casa Amazon.

Sul device c’è in realtà abbastanza poco da dire: si sapeva già che avrebbe adottato la tecnologia e-Ink, al pari di Sony, iLiad e Cybook (gli unici dispositivi, con Kindle, oggi sul mercato: Kindle e Sony solo negli USA, iLiad e Cybook anche in Europa). Si sapeva già che a frenarne l’uscita era la necessità non tanto di mettere a punto l’hardware, quanto di chiudere gli accordi necessari con gli editori per avere da subito un bel pacchetto di ebook da vendere.

Quello che si sapeva meno, e ciò che la presentazione ufficiale ha finalmente reso noto, era semmai il modello di business scelto da Amazon.

A questo proposito confesso che le mie aspettative erano sbagliate.

Pensavo infatti che Bezos avrebbe puntato a sussidiare l’hardware per offrire in bundle un bel pacco di ebook, o un abbonamento al download degli stessi, o una scheda ricaribile per comprarli. Pensavo insomma che avrebbe seguito il modello in cui le compagnie telefoniche cellulari hanno fatto scuola: ti regalo (o giù di lì) il telefonino, in cambio mi firmi questo bel contrattino per tot anni.

Non è così.

Amazon vende il suo Kindle a 400$, 50$ in più del Sony Portable Reader (stessa tecnologia di visualizzazione, stesse dimensioni dello schermo, a vantaggio di Kindle la connessione 3G per scaricare i libri Amazon direttamente col device senza passare dal pc; a vantaggio di Sony l’aspetto estetico del device).

Il modello di business è quindi il modello-iPod: ti compri questo hardware, con cui potrai connetterti a questo negozio, da cui potrai scaricare e leggere questi libri, i quali libri, per chiudere il cerchio, potrai leggere solo usando questo device.

Da notare che per far funzionare il meccanismo gli ebook di Amazon non saranno in normale Mobipocket (il formato della società francese che Amazon, in vista di questa operazione, acquisì già qualche anno fa), ma in un Mobipocket modificato per dar vita ad una "Kindle Edition".



Visione d'Insieme sul Mercato degli E-Book

La situazione dell’offerta e della competizione sul mercato della lettura digitale si va perciò delineando, sia dal punto di vista delle caratteristiche e delle funzioni dei singoli device, sia dal punto di vista dei modelli di business perseguiti.

Dal punto di vista della caratteristiche tecniche, i quattro device di fatto disponibili sul mercato possono essere divisi in due gruppi:



a) Il primo gruppo include il Sony Portable Reader, il Cybook Gen3 e il Kindle..

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Tutti e tre adottano la tecnologia e-Ink di base, con uno schermo di 6 pollici, una risoluzione 600×800 e 4 toni di grigio. Tutti e tre sono lettori puri, servono esclusivamente per leggere. Tutti e tre hanno prezzi simili (350$ per Sony, 400$ per Kindle, 350€ per Cybook).

La differenza più rilevante semmai riguarda i formati letti:

* Kindle non legge i PDF

* Sony non legge i Mobipocket

* Cybook legge sia PDF sia Mobipocket.

Quanto al software, pare che Kindle abbia rilasciato il codice sorgente, consentendo così in linea teorica lo sviluppo di qualche applicazione da terze parti (ma cosa si può sviluppare lì sopra? Un viewer PDF? Mi piacerebbe avere pareri su questo)

Cybook e Sony no, ma quelli di Cybook (esperienza diretta) sono molto disponibili, almeno in questa fase, nel raccogliere e accogliere suggerimenti e richieste (con Sony ovviamente manco a parlarne



b) Il secondo gruppo... che non è un gruppo, è rappresentato da un sono lettore di e-book: iLiad.

the iLiad Rex

iLiad iRex ha scelto una strada tutta sua: sul brevetto di base della eInk ha costruito un dispositivo che va ben al di là della sola lettura.

Il suo monitor è considerevolmente più grande degli altri, 8.1 pollici, e la risoluzione è di 768×1024.

Con iLiad si può oltre che leggere anche scrivere, sia per annotare un documento (nei file pdf) che per prendere appunti, compilare schede ecc… Con iLiad si dispone inoltre di una vera e propria connessione wi-fi, in grado di connettere il device ad un server remoto o locale su protocollo IP.

Infine il punto forse meno vendibile e visibile al momento, ma secondo me anche l’asset maggiore e più promettente di iLiad: il codice sorgente è pubblico, e si è già creata una community di sviluppatori che sta sfornando applicazioni di ogni genere (viewers, giochi, planners, browser…).

Quando ho visto qualche giorno fa mio figlio scaricarsi la posta gmail sul suo iLiad grazie a Minimo, la superiorità di iLiad mi è diventata improvvisamente molto chiara.

Naturalmente il tutto ha una contropartita nel prezzo: attualmente 650 € al pubblico.



Avviso: Antonio Tombolini, l'autore originario di questo articolo, e il proprietario della prima società italiana che si occupa sia della distribuzione degli e-book reader, sia della pubblicazione di contenuti pensati specificamente per questo mercato. La sua società, Simplicissimus Books, vende, per il solo mercato italiano, alcuni dei lettori di e-book sopra analizzati: il Cybook e l'iLiad. Simplicissimus Books è stata in passato anche sponsor di Robin Good TV.


L'autore di questo articolo è Robin Good. L'articolo è stato pubblicato per la prima volta il November 22, 2007 su MasterNewMedia con il titolo " Kindle, e compagnia bella /1 ".

La versione italiana è stata scritta da Giulio Gaudiano.
http://www.masternewmedia.org/it/distribuzione_dei_contenuti_online/ebook-reader/amazon-kindle-e-il-mercato-degli-ebook-situazione-e-protagonisti-20071130.htm

Le imprese ormai dovrebbero saperlo, quelle che non lo sanno sono destinate a rimanere indietro. La figura dell'informatico è cambiata negli ultimi 25 anni ed ora è più centrale che mai. Ecco perché


Quando 23 anni fa ho iniziato a sviluppare applicazioni Enterprise (il modulo per i pagamenti dei bollettini postali run-time l'ho sviluppato nel lontano '85 in Assembler), l'informatica era qualcosa di assolutamente avulso dalla realtà quotidiana. Per la comunità, gli informatici erano qualcosa di molto simile ai tecnici delle lavatrici ed il computer un costosissimo accessorio, la cui utilità a livello personale era quanto mai dubbia (ricordate la famosa frase del CEO IBM: il pc non ha futuro?!).

Nei primi anni '90 si comprese che il PC computer aveva una sua ragione di essere, questo grazie anche all'introduzione di linguaggi RAD, agli spreadsheet e agli editor di testo. Si trattò di un epoca di transizione, dove ancora i mini computer erano troppo mini per le applicazioni aziendali, ma avanzavano a rapidi passi. L'informatico all'epoca era già sentito come un tecnico qualificato e benché pochi ancora capissero in cosa realmente consistesse il lavoro dell'informatico, si iniziava già a consideralo un risolutore di "particolari problemi".

Poco dopo la metà degli anni '90 l'essere informatico fece un balzo in avanti. I mini computer (in cluster) avevano raggiunto le prestazioni adeguate per sostituire in molti casi i Mainfraime e la corsa al downsizing era iniziata. Erano gli anni del C e di UNIX e avere degli informatici era un mezzo per contenere i costi di molti servizi, od averne altri più veloci e fruibili. L'uso delle LAN iniziò a diffondersi sempre di più ed il Business capì che lo stesso lavoro poteva essere fatto meglio e con meno risorse proprio grazie all'informatica. L'informatico era per tutti un money saver.
Nella seconda metà degli anni '90 grazie all'avvento di Internet l'informatico ebbe un momento di splendore. Era diventato rain man, l'uomo della pioggia (di soldi). In quegli anni di sogni di gloria e di facile guadagno due strumenti si affermano: l'email ed il motore di ricerca.
L'Informatico è ormai un partner affidabile in grado di realizzare e soddisfare i bisogni del Business. È proprio di quegli anni che sorge per il Bravo Informatico la necessità di meglio qualificarsi in termini livelli di servizio e di assistenza totale al cliente.

È ancora un informatico che lavora On Demand, ma che si rende sempre più conto che il proprio lavoro è qualcosa che è percepito molto al di là del puro intervento tecnico. Inizia ad emergere la figura dell'Analista di Business, cioè l'Informatico che conosce il Business del cliente e che perciò può meglio tradurre i bisogni del Business dal linguaggio corrente in specifiche formali.

Ed infine veniamo ai giorni nostri.
Negli ultimi 3 anni si è assistito ad una concezione completamente diversa dell'essere IT.
Quello che adesso si richiede è che l'IT fornisca "Servizi", il più possibile aperti e possibilmente fruibili dai sistemi più diversi. Si vuole un IT propositivo, un IT che sia malleabile e flessibile, che sia di supporto al Business, ma anche che gli indichi attraverso la proposizione di sempre nuovi ed integrati servizi la possibilità di diversificare meglio vari canali di vendita, produzione e commercializzazione.

Questo ovviamente corrisponde per il Bravo Informatico ad un maggiore impegno, dovendo abbracciare il Business del Cliente in toto e non limitarsi solo a presidiare la tecnologia o l'applicazione che lo riguarda. Ad esempio, chi cura il servizio di un Portale Aziendale dovrà occuparsi di tutto, dal modo con cui le policy aziendali sono recepite, alla sicurezza, ai server, al Network, alle statistiche, alle applicazioni che risiedono sul Portale, alla corretta rappresentazione dei dati che provengono dai vari sistema legacy, in una parola di tutto quello che l'utente/cliente "vede" attraverso il Portale.

Oltre a questo dovrà far evolvere il tutto in un'ottica di servizio distribuito e partecipare fianco a fianco con l'utente/cliente/committente alla valutazione dei requisiti e del ROI (è decisamente un bel impegno che presuppone un'elevata professionalità ed un aggiornamento continuo cui dovrebbe corrispondere un'altrettanta adeguata incentivazione, parafrasando una famosa canzone (se è vero che ad ogni maggior impegno corrisponde una contropartita....considerevole...).

Non mi meraviglierebbe sapere che questo modo di Essere Informatico per molti è già realtà, ma sarei sorpreso di sapere che al fianco di questo modo di Essere IT sia stato anche varato un piano di riqualifica e d'addestramento.

I Bravi Informatici sanno che tutto parte dalla persona e che sono le persone che realizzano quello che il Business immagina.
Le persone sono il capitale dell'Azienda ed i Bravi Informatici sono tra i capitali più preziosi, specie li dove è permesso loro di sperimentare e di proporre idee che diventeranno prodotti e servizi.

E questo capitale in Italia è pagato troppo poco. Un analista programmatore in Germania guadagna quasi il doppio, poco meno del doppio in USA e UK, in Francia il 50% in più, in Spagna il 20%, in Svizzera il 150% (fonte Mercer).
Ma non è solo una questione di prezzo ( e stato sociale ) che fa la differenza.

In una recente intervista rilasciata a LineaEdp il CEO di SAS dichiara: "Prima di tutto le persone. Il 95% del mio patrimonio aziendale varca i cancelli ogni sera ed il mio obiettivo è creare un contesto tale da fare in modo che questo patrimonio torni in azienda ogni mattina".
È importante notare che molti prodotti di questa azienda sono stati creati a partire dall'innovazione che gli stessi Bravi Informatici hanno sviluppato e proposto. Anche altre aziende "americane" hanno iniziato già da tempo un percorso che pone la persona al centro della strategia dei servizi.
Il nocciolo della questione per queste aziende è che non si possono offrire buoni servizi se non si hanno buone persone e non si hanno buone persone se non ci si dedica ad esse.

Alcuni ragazzi mi hanno raccontato le loro storie da Co.Co.Pro sul mio blog.
Aziende che basano la loro produzione su questi tipi di rapporti contrattuali non hanno futuro in un ottica di servizi con il cliente e sono destinate ad una fetta molto piccola del mercato ed a scomparire nel tempo per mancanza d'innovazione.

Essere IT per come il mercato lo richiede è possedere il know-how che genera innovazione, la quale è il volano del Business. L'uomo IT di oggi è molto più vicino al Business di quanto lo sia mai stato e secondo me, moltissime potenzialità in Italia del mondo IT ancora devono essere esplorate, sono lì, in attesa di avere un opportunità da parte dei vari HR e CEO.

Google non sarebbe mai nata se non avessero permesso a chi sviluppa di vedersi riconoscere il proprio valore e le proprie idee, ma soprattutto di non sentirsi colpevolizzato per i propri errori.
Chi è IT sa di valere, aspetta che gli si dia una possibilità di mostrarlo, ma non aspettate troppo a prendere questo treno, sono sempre i migliori che vanno via per primi.

Giuseppe Cubasia
Cubasia blog

Punto Informatico
http://punto-informatico.it/p.aspx?i=2129255

Fattura elettronica per fare business con la Pa
Fattura elettronica per fare business con la Pa. Una norma contenuta nella legge Finanziaria obbliga all'abbandono del documento cartaceo dal 1° luglio 2008

Fra le novità previste dalla Legge Finanziaria c'è anche l'obbligo dal primo luglio 2008 di utilizzare la fatturazione elettronica “per tutti gli operatori che hanno relazioni con l'Amministrazione statale e gli enti pubblici”. Secondo la nuova normativa la Pa, oltre a non accettare fattura cartacee, non darà il via ai pagamenti fino a quando non arriverà una versione elettronica della fattura. La norma contenuta in Finanziaria dovrebbe così sbloccare la situazione di questo documento che fino a oggi vanta un tasso di adozione inferiore al 5%. Un po' poco visto che l'osservatorio della School of management sdel Politecnico di Milano sull'argomento stima che la fattura, intesa come integrazione del ciclo ordine-consegna-fatturazione e pagamento, permette una riduzione del ciclo dell'ordine per la coppia produttore-distributore pari a 25 euro per ordine o fattura nel farmaceutico, 45 euro nel mercato del materiale elettrico e fino a 60 euro nel largo consumo. Accanto a questi benefici di efficienza bisogna poi aggiungere i benefici di miglioramento dell'efficacia del processo (tempestività, accuratezza) più difficili da stimare.


Risparmi che, secondo gli esperti dell'università milanese, non sono conosciuti anche da molte aziende che oggi hanno già adottato la fattura. Oltre naturalmente dalla massa dei potenziali fino ad arrivare agli attori del mondo dell'offerta. Altre barriere sono costituite dalla legislazione e dall'esistenza di molteplici standard. Fattori che, stima il Politecnico, sono enfatizzati ma alla fine non costituiscono un vero impedimento all'adozione della fattura elettronica.


“Il quadro normativo (decreto legislativo del 20 febbraio 2004 n. 52 e decreto del ministero dell'Economia del 23 gennaio 2004) con le circolari interpretative che chiariscono le novità introdotte risulta ragionevolmente completo e chiaro”.


E in quanto agli standard il Politecnico spiega che anche questo deve essere considerato un fattore di ricchezza “essendo molti di questi standard legati a specificità di contesto (settore, paese, porzione di processo); la nativa diversità non costituisce un problema particolarmente significativo per lo sviluppo di progetti di integrazione e dematerializzazione del ciclo dell'ordine, essendo agevole ricondurre la diversità a fattor comune”.


Pochi problemi esistono anche per quanto riguarda la filiera dell'offerta “strutturata e culturalmente preparata”.
I problemi comunque esistono e riguardano in particolare la complessità organizzativa che è una combinazione di complessità interna legata alle difficoltà di affrontare per preparare l'azienda a integrarsi e collaborare con i partner di filiera in termini sia di adeguamento dei sistemi informativi aziendali che di gestione del cambiamento organizzativo (persone e processi).
La complessità esterna, invece, è legata da un lato alle difficoltà che i partner di filiera devono affrontare per esporsi alla integrazione/collaborazione in termini di organizzazione e sistemi informativi, e dall'altro alla presenza o meno di un quadro normativo chiaro e di standard di comunicazione o di processo all'interno della filiera.

SmauNews
http://www.lineaedppmi.it/

Assoro: Vecchietti a passeggio. - Assoro

Come il mondo vede l’Italia
Il Times: “La Levi Prodi è un assalto geriatrico ai bloggers italiani”
Grillo “crociato”, Prodi “arzillo sessantottenne”: in Italia governano “nonni”

Paola Monti - Pubblicata il 25/10/2007


“Assalto geriatrico ai bloggers italiani”: questo il titolo di un articolo del Times che commenta la Levi Prodi, ovvero la proposta di legge che, puntando a regolamentare in modo più severo l’editoria, ha finito per mettere in allarme ed in rivolta il mondo della rete.



Sì, perché, se la Levi Prodi diventerà legge, chiunque voglia aprire un blog o un proprio sito internet dovrà obbligatoriamente iscriversi al ROC (Registro degli Operatori di Comunicazione) e sottostare al controllo, alla burocrazia, alle sanzioni e alle tasse, perchè saranno considerate attività editoriali anche quelle esercitate senza scopo di lucro, come i blog.

E’ per questo che anche uno dei quotidiani più famosi al mondo ha deciso di occuparsi dell’argomento e dall’articolo di ieri l’Italia non esce bene: “Considerando gli standard del G8, l’Italia è un Paese strano – si legge – Per farla semplice, è una nazione di legislatori ottuagenari eletti da settantenni, i pensionati. Tutti gli altri non contano”.

E così il Times continua, dipingendo Prodi come un “arzillo sessantottenne” che ha battuto un Berlusconi settantunenne alle ultime elezioni, mentre a Napolitano (82 anni) ne aveva già 20 quando i tedeschi si sono arresi alla fine della seconda guerra mondiale.
Secondo il Times, il governo italiano “non sembra capace di adattarsi al mondo moderno” e la spiegazione è semplice: “Anche il vostro Paese funzionerebbe in questo modo se i vostri nonni fossero in carica”, sostiene l’articolo.

Questa l’introduzione che il Times ci ha riservato, passando poi ad affrontare il tema centrale: la Levi Prodi è descritta come una legge che ha come bersaglio “la vita moderna”, una legge incredibilmente generica che obbliga tutti i bloggers e gli utenti della rete a registrarsi con lo Stato: “Anche un innocuo blog della squadra del cuore o quello di un adolescente che discute dell’iniquità della vita – spiega il quotidiano – saranno soggetti alla vigilanza del governo e alla tassazione (pur non trattandosi di siti commerciali)”.

“L’intento della proposta di legge, come è stato scritto quando è passata al vaglio del Consiglio dei Ministri, sarebbe quello di mettere il bavaglio ai bloggers, che ormai rappresentano un vero guaio per quelli che sono al potere”, continua l’articolo.
I blogger, secondo il Times, sono guidati dal “crociato (che alcuni definiscono populista)” Beppe Grillo, “un comico diventato attivista diventato blogger”: secondo il quotidiano, infatti, Grillo è uno di quelli che sanno interpretare e commentare in modo più corretto le vicende italiane sia fuori che dentro al Paese e si batte per un governo più trasparente.

L’articolo del Times si conclude con un appello rivolto a Levi e a Gentiloni: “E così mi appello – scrive il giornalista Bernhard Warner - al ministro italiano delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni, ex giornalista, e Ricardo Franco Levi, il deputato che ha concepito questo sbagliato testo di legge. La soluzione migliore per questo Paese è davvero mettere i giovani in silenzio?”.

paola monti
http://www.newsfood.com/Articolo/Italia/20071025-Times-Levi-Prodi-assalto-geriatrico-bloggers-italiani.asp

Dopo la presentazione del 2 agosto scorso, è finalmente giunto in Commissione (in sede referente) il ddl. S-1769 (Sen. Pecoraro Scanio) intitolato "Norme in materia di sostegno all'attività cinematografica e diritto d'autore" che si affianca ad altre proposte già commentate su Punto Informatico.

La Relazione è senz'altro suggestiva, così come l'art. 1 dedicato a finalità e oggetto. Gli intenti, al di là del titolo che enfatizza gli aiuti al cinema, sono sicuramente di ampio respiro ed ispirati alla diffusione della cultura. Nel particolare, la novità più significativa - se non "rivoluzionaria" - è rappresentata dal prelievo dell'8% dai canoni di connessione a banda larga cui corrisponde l'abbassamento, al 10% (forse, non a caso, l'aliquota dei libri), dell'IVA sui suddetti abbonamenti.

Si tratta, come molti ricorderanno, di una proposta avanzata già in passato da diverse parti, anche se oggi più complessa, che vorrebbe costituire una sorta di "equo compenso" come quello, già vigente, applicato a supporti e dispositivi.
Forse, proprio per questo, non incontrerà il gradimento degli utenti che non scaricano opere protette e che, ovviamente, non vogliono pagare per quello che non fanno (anche se non bisogna dimenticare l'abbattimento dell'IVA).
Malgrado ciò, vale la pena di sottolineare che, in modo molto più ampio rispetto alla disciplina della copia privata (di cui si parlerà oltre in relazione a specifiche novità), il prelievo in esame costituisce il presupposto per la completa eliminazione di conseguenze civili, amministrative e penali.

L'art. 7, comma 1, esclude, infatti, l'applicabilità degli artt. 171, 171-bis, 174, 174-bis e 174-ter l.d.a. e sancisce la liceità (a questo punto, anche civile) delle attività senza fini di lucro conseguenti gli acquisti (tra cui il download) a "qualsiasi titolo" e non soltanto a fronte del possesso legittimo dell'originale.

Conseguentemente, si prospetta pure l'abrogazione della famigerata norma riguardante la messa in condivisione (upload) senza scopo di lucro (art. 171, comma 1, le tt. a-bis l.d.a.).

Anche il diritto alla copia privata (art. 71-sexies l.d.a.) viene allargato sino ad abbracciare la duplicazione di opere protette da misure tecnologiche (DRM) e, comunque, anche in digitale, una modifica già invocata da molti.

Un'ultima proposta di riforma, peraltro rintracciabile in altri disegni di legge, riguarda l'innalzamento della soglia del penalmente punibile al dolo di lucro (come prima della l. 248/2000) per alcune condotte in tema di software (art. 171-bis, comma 1, l.d.a.). Tale allineamento, anche se doveroso (per altri reati come quelli previsti dall'art. 171-ter l.d.a. vale già questo limite), purtroppo non riguarda le sempre "dimenticate" banche dati (art. 171-bis, comma 2, l.d.a.).

Ora non resta che attendere la discussione in Commissione e, poi, il voto dell'Aula che sarà certamente influenzato dall'opinione, eventualmente differente, dei soggetti interessati. I produttori non mancheranno di rimarcare quella che, sulla carta, è una riduzione di quanto posto a loro apparente tutela, ma non potranno non farsi i conti sui grandi numeri (perché ad essi, mediante la costituzione di due fondi, andrà buona parte del prelievo), calcolando realisticamente i possibili introiti rispetto all'attuale politica quasi esclusivamente punitiva.

Gli utenti, d'altro canto, dovranno ponderare la convenienza e l'accettabilità di un prelievo che potrebbe colpire anche chi non scarica o non intende scaricare. Soprattutto, occorrerà valutare la compatibilità con le norme sovraordinate (in particolare, le Direttive UE) perché ad esse si fa esplicito e generico riferimento soltanto in relazione alle questioni legate a copia privata e misure tecnologiche.

avv. Daniele Minotti
minotti.net/

<B>Banda larga, l'Italia al rallentatore<br>un abitante su dieci non può averla</B>

L'OBIETTIVO: rendere la banda larga un diritto di tutti, "universale". Servirà a questo il WiMax, come ha dichiarato il Ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni alla presentazione del bando, nei giorni scorsi. Sono anni però che viene ripetuto il ritornello della promessa della banda larga a tutti e ancora il "mostro" del digital divide non è stato abbattuto.

L'Italia resta uno dei peggiori casi in Europa per diffusione della banda larga, disponibile sull'89 per cento della popolazione, mentre a settembre in Gran Bretagna è stato raggiunto il 99,8 per cento. Numerose le cause del ritardo: un po' la morfologia accidentata del nostro paese, un po' l'eccessiva frammentazione dei nodi di rete (che rendono svantaggioso l'investimento in apparati banda larga in certe zone); si è messa di mezzo anche la burocrazia che ha rallentato l'arrivo, appunto, del WiMax (l'Italia è l'ultimo grande Paese europeo a renderlo disponibile).

I rimedi tentati dal Governo hanno avuto risultati lontani dalle aspettative: lo stesso Ministero ha dichiarato deludente, in un bilancio pubblicato ad agosto, quanto fatto finora da Infratel-Sviluppo Italia per colmare il divario digitale del Meridione (avrebbe dovuto coprire circa 180 centrali con la banda larga; ad oggi l'ha fatto su meno di un terzo, pari a circa il 3 per cento della popolazione: una goccia nell'oceano).

Adesso si parla di rilanciare il piano di investimenti nel Meridione e in generale nelle aree del digital divide. Buoni propositi, ma a conti fatti ben poco è cambiato dai tempi dell'inchiesta di Repubblica.it del gennaio 2006 sulle lacune della banda larga italiana. Il grosso dei rimedi attende ancora all'orizzonte, come promessa; tale è lo stesso WiMax, in teoria arma potente contro il digital divide, ma in pratica ancora lo si deve vedere in azione per giudicarne le potenzialità. I servizi commerciali arriveranno nel 2008 inoltrato, visti i tempi di assegnazione delle licenze e necessari a realizzare le infrastrutture di rete. Va reso atto al Ministero e all'Autorità Garante delle Comunicazioni, però, di avere curato il bando WiMax in modo da indirizzarlo al meglio alla lotta al digital divide. Agli operatori che vinceranno la licenza è chiesto infatti di occuparsi in modo prioritario delle zone ora non raggiunte da Adsl.

Tra le novità che sono già concrete, invece, si evidenziano alcune iniziative di Telecom Italia per migliorare la copertura Adsl, con l'obiettivo di raggiungere il 98 per cento della popolazione entro fine 2008 (ma più volte in passato queste promesse sono state mancate). Recente è il piano anti-mux. Telecom sta installando apparati (detti "zainetti") per bypassare i mux, che impediscono agli utenti in certi quartieri, anche metropolitani, di ottenere l'Adsl. Sono stati già installati A Roma, Arezzo, Genova, Grosseto, Pavia, Bologna, Torino, Seregno, Cotogno, Taranto e in gran numero soprattutto a Bari, come si legge sul sito di Telecom. Dove ci sono gli zainetti, gli utenti possono richiedere l'Adsl di qualsiasi operatore. Tocca affrettarsi, però, perché il massimo di utenti collegabili per centrale è 48 e la velocità è al massimo di 4 Mbps per linea. Più che una soluzione completa, sembra insomma un palliativo al problema. E tale è anche il piano anti-digital divide, con cui Telecom sta dotando di Adsl centinaia di centrali minori. Peccato che la velocità per linea sia in questo caso limitata a 640/256 Kbps.

Il problema è inoltre che a fronte dell'accelerazione de piano anti digital divide si rileva un rallentamento della copertura di nuove centrali tramite Adsl normale (quella fino a 20 Mbps), come si può leggere dai piani Telecom pubblicati sul sito Wholesale-Telecomitalia.it.
Né c'è da sperare che siano gli operatori alternativi ad arrivare con l'Adsl là dove Telecom non voglia. La copertura delle reti alternative è infatti inferiore a quella di Telecom e cioè ad oggi è pari a circa il 45-50 per cento della popolazione. La previsione è che si arrivi al 58 per cento entro il 2010.

Quali speranze ci sono, quindi, per gli utenti nel digital divide di poter avere l'Adsl e, magari, anche un'Adsl normale? Solo quella che, anche attraverso i promessi investimenti pubblici, ci sia un ulteriore sforzo infrastrutturale nei prossimi mesi da parte di diversi soggetti (ma tuttora i piani sono poco definiti).

L'alternativa è il wireless: oggi soluzioni WiFi/Hiperlan, domani il WiMax. Ci sono offerte WiFi/Hiperlan (analoghe a quelle Adsl per banda e prezzi) in quasi tutte le Regioni italiane, anche se la copertura è a macchia di leopardo. La rete più estesa è in provincia di Brescia, dove opera il provider Linkem.

Un'altra possibilità è la rete Hsdpa, evoluzione dell'Umts: la copertura sta crescendo (ad oggi raggiunge circa il 70 per cento della popolazione), la velocità pure (ora è 3,6/7,2 Mbps in download e 384 Kbps in upload), mentre i prezzi stanno scendendo (anche se ancora non c'è un'offerta flat-rate paragonabile a un'Adsl). Insomma, per i digital divisi non resta che sperare in tempi migliori.

Via Repubblica.it (16 ottobre 2007)



L'annuncio del ministro delle Comunicazioni, Gentiloni. Base d'asta a 45 milioni
14 saranno assegnate in 7 macroaree; altre 21 a dimensione regionale
Wi-max, via alla gara per 35 licenze
la banda larga viaggerà sulle onde radio
"Permetteranno di far arrivare internet nelle aree più difficili"
I grandi gestori nazionali non potranno partecipare al livello regionale

Wi-max, via alla gara per 35 licenze
la banda larga viaggerà sulle onde radio



ROMA - "Il Wi-max ha potenzialità notevoli, consente connessioni ad alta velocità fino a 74 mega ed ha un raggio di applicazione molto più ampio del Wi-fi, per alcune decine di chilometri fino a 50". Lo ha detto il ministro delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni, presentando a Roma la gara per l'assegnazione dei diritti d'uso delle frequenze nella banda 3.4-3.6 Ghz (banda 3.5 Ghz). Il ministro ha precisato che la base d'asta sarà di 45 milioni di euro per le 35 licenze Wi-max in gara dalla prossima settimana.

La nuova tecnologia Wi-max permette la diffusione della banda larga su frequenze radio e, quindi, senza fili anche attraverso distanze notevoli. In questo modo, ha spiegato il ministro, potranno essere raggiunte anche aree "più difficili sia dal punto di vista economico che morfologico" e dove è quindi più spiccato il 'digital divide' con il resto del Paese.

La gara, ha sottolineato Gentiloni presentando il bando, assegnerà 14 licenze in 7 macroaree in cui è stato suddiviso il paese (due licenze per ciascuna macroarea: Lombardia-Bolzano-Trento; Valle d'Aosta-Piemonte -Liguria-Toscana; Friuli Venezia Giulia-Veneto-Emilia Romagna- Marche; Umbria-Lazio-Abruzzo-Molise; Campania-Puglia-Basilicata- Calabria; Sicilia; Sardegna) con la condizione che ad uno stesso soggetto possa essere assegnato un solo diritto d'uso per macroregione.

A livello teorico è comunque possibile che un operatore che faccia domanda per tutte le macroaree riesca ad aggiudicarsele tutte, creando così un network nazionale. Le altre 21 licenze saranno invece a dimensione regionale e saranno "prioritariamente riservate a concorrenti che non dispongono già di licenze Umts".

Saranno quindi di fatto esclusi i quattro grandi operatori (Telecom, Vodafone, Wind e H3G), mentre sarà agevolata la partecipazione al bando delle imprese più piccole radicate sul territorio.

Tutte le licenze avranno una durata di 15 anni, potranno essere rinnovate, ma non potranno essere cedute a terzi senza l'autorizzazione del ministero.
La base d'asta complessiva sarà di 45 milioni, ha aggiunto Gentiloni. Una cifra che, pur essendo un po' inferiore proprio perché base di partenza di un'asta a "miglioramenti competitivi", è "comparabile" con quelle di aggiudicazione raggiunte in Francia (100 milioni) e in Germania (60 milioni).

I tempi prevedono che la prossima settimana il bando venga pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale e che entro 45 giorni dalla pubblicazione siano presentate le domande di partecipazione. Nei successivi 30 giorni il ministero dovrà valutare le domande e comunicare gli ammessi alla gara e dovranno essere quindi presentate le offerte. L'apertura delle buste dovrebbe quindi verificarsi intorno al 20 gennaio.

Essenziale per aggiudicarsi la gara sarà non solo l'offerta economica, ha sottolineato ancora il ministro, ma anche la garanzia di copertura del territorio per aiutare i Comuni più svantaggiati a superare il digital divide. Il bando prevede infatti degli obblighi di copertura misurati a punti in base al numero di Comuni in cui vengono installati impianti Wi-max: 60 è il punteggio minimo da raggiungere ed almeno la metà dovrà derivare da impianti collocati in Comuni a "digital divide totale".

Il valore aggiunto del Wi-max rispetto alla banda larga cablata come l'Adsl è infatti proprio la capacità di viaggiare ad altissima velocità (fino a 74 mega) in un raggio di circa 50 chilometri senza necessità di infrastrutture di rete. Senza quindi grandi investimenti sui cavi. La trasmissione avviene infatti via radio sulle frequenze 3.4-3.6 GHz liberate dal ministero della Difesa. "Credo che abbiamo fatto un buon lavoro - ha concluso Gentiloni - per trovare un equilibrio tra il valore economico dell'asta e la copertura del territorio.
Abbiamo lavorato perchè il ricavo economico non fosse l'unico metro di misura e per indirizzare la competizione verso la lotta al digital divide".

(11 ottobre 2007)

Tutte le novità in materia di tecnologia vengono dall'estero. Tutte in inglese. C'è una novità, interessante, nata in Italia, è un videoregistratore on line che ti permette di programmare e registrare programmi tv.
Anziché ricevere complimenti e finanziamenti, come accadrebbe se avesse sede negli USA, riceve minacce e diffide!
E poi ci lamentiamo della fuga dei cervelli....
Da Punto informatico:

Viene criticata da più parti la decisione del colosso televisivo Mediaset di diffidare un celebre e utilizzato servizio online che permette di videoregistrare contenuti televisivi. Si tratta di Vcast, che ormai da alcuni giorni ha tagliato fuori dai propri servizi Canale5, Italia1, Rete4 e Boing. Rimangono invece attive le registrazioni degli altri canali di cui fruiscono gli utilizzatori del servizio.

La diffida l'hanno annunciata sul blog ufficiale del servizio gli stessi autori di Vcast, in un post in cui si riferiscono alla tecnologia di videoregistrazione Faucet PVR utilizzata da Vcast. "Il mese scorso Mediaset ci ha diffidato dall'utilizzare le loro trasmissioni televisive nell'ambito del Faucet PVR poiché sostiene che tale utilizzo sia lesivo dei loro diritti. Abbiamo risposto che non siamo d'accordo con tale affermazione in quanto siamo ragionevolmente sicuri che il videoregistratore (seppur virtuale) che noi vi forniamo non sia affatto dissimile dal vecchio VHS che avete a casa: la registrazione che voi vi programmate arriva solamente a voi, quindi è a tutti gli effetti una registrazione ad uso personale, chiaramente consentita dalla normativa applicabile (art. 71 sexies della legge sul diritto d'autore). Mediaset ci ha risposto ieri ribadendo la sua richiesta".

"Purtroppo - continuano - la tecnologia spesso viaggia molto più veloce di chi fa le leggi, e quindi quanto stiamo facendo può essere aperto a più interpretazioni diverse. Il risultato è che siamo costretti a sospendere la possibilità di registrazione dei canali Mediaset, almeno fino a quando non sarà sufficientemente chiaro se la nostra interpretazione di videoregistratore sia più o meno corretta di quella di Mediaset. Ovviamente gli altri canali del PVR e tutti gli altri contenuti del sito continuano a rimanere accessibili".
A questo proposito scrive a Punto Informatico Matteo Moro per specificare: "Faucet è un sistema che funziona come un videoregistratore remoto. Dalla sua interfaccia si possono programmare registrazioni (con il limite di tre ore per ogni singola registrazione) su molti canali televisivi e radiofonici. Una volta registrati, i file video/audio vengono conservati sui server di Faucet per un tempo massimo di tre giorni, per essere scaricati sul proprio PC. Oltre a tutta questa comodità, c'è da dire che i formati utilizzati sono liberi da fastidiosi sistemi DRM e leggibili comodamente anche con Linux: una cosa non da poco, per chi come me ha difficoltà a socializzare con il software proprietario".

Un servizio utile, dunque, che viene impiegato per "catturare" registrazioni di programmi mandati in onda senza alcuna cifratura sull'intero territorio nazionale e che già oggi vengono registrati abitualmente da moltissimi italiani che sono usi guardare il tele-ipnotizzatore.

Dal suo blog, proprio Matteo lancia una petizione online pensata, spiega, "per far sapere ai signori di Mediaset che quello che hanno fatto non ci piace. Magari la legge è dalla loro parte, magari pensano che questo sia il modo giusto per guadagnare qualcosa in più, magari nel breve periodo hanno anche ragione, ma la reputazione è qualcosa che si guadagna in molto tempo e si perde in un attimo (...) Io rivoglio i canali Mediaset su Faucet, e voi?" Mentre scriviamo la petizione, nonostante una informativa sulla privacy criticata da più parti, ha già superato quota 300 firme.

Vcast, peraltro, nel suo post invita tutti gli utenti che tengono alla questione di scrivere cosa pensano direttamente a Mediaset, indicando l'indirizzo mediaset@mediaset.it.

Tutti coloro che si interessano di live video streaming mi hanno chiesto quale tra Mogulus e Ustream fosse realmente il migliore e quindi quale io consiglio personalmente di utilizzare.

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Per chi non conoscesse i due servizi web-based, parliamo dei due principali e più interessanti servizi per il live video streaming, che insieme a Stickam, Operator11, Kyte.tv, offrono una banda pressoché infinita e spazio per archiviare le tue trasmissioni in live stream video su Internet senza porre limiti al pubblico che può vederle in contemporanea.

Mentre anche altri servizi offrono funzionalità e possibilità interessanti, preferisco di gran lunga Ustream e Mogulus per la loro strategia di marketing più professionale e credibile. Infatti oltre all'insieme di funzioni offerte c'è da considerare che entrambe le società si siano aperte completamente alla conversazione ed agli scambi con gli utenti, al fornire supporto diretto, e hanno fatto del loro meglio per essere coinvolte in prima persona in una conversazione sincera e bidirezionale mentre allo stesso tempo si occupavano di migliorare il loro prodotto.

E' possibile che alcuni dei servizi offerti dai concorrenti, di cui non mi occuperò qui, abbiano nel frattempo effettuato miglioramenti significativi e modificato i loro servizi, e forse che abbiano anche sorpassato questi due che ho scelto per questo confronto diretto. Se hai notizie in proposito, la sezione commenti è a tua disposizione.

Questa è la mia recensione personale basata sul fatto che Ustream.tv e Mogulus.com in quanto a funzionalità critiche, caratteristiche e altri aspetti relativi alla gestione, si trovino oramai ad affrontarsi frontalmente come servizi per il live video broadcasting gratuito.

Scegliere quale dei due sia il più appropriato per l'uso che ne vuoi fare dipende dal contesto; tutto dipende da ciò che vuoi fare.

Mentre Ustream è perfetto per chi cerca semplicità e immediatezza, e si focalizza principalmente sulle trasmissioni dal vivo, gli utenti ideali di Mogulus sono creatori di canali web tv interessati a creare canali tematici in stile compilation, ad usare più telecamere e a permettere agli utenti di interagire tramite video, fornendo un’esperienza simile alla tv professionale.

Chat Testuale

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Ustream: Ustream integra una funzione di chat testuale completa che può anche essere facilmente inclusa (embedded) su tutti i blog o pagine web. La chat testuale embedded presenta alcuni piccoli inconvenienti di funzionamento tipo al login della chat e nel sistema di aiuto completamente automatico. Quando funzionano vanno alla grande, ma quando non vanno è veramente frustrante. Non c'è il supporto automatico per gli URL (se digiti un URL in chat non diventa automaticamente un URL cliccabile), non si possono salvare le chat né esiste la funzione cronologia.

Mogulus: Non dispone di alcuna funzione di chat testuale



Controlli Audio / Video

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Ustream: Ustream offre controlli semplici e ben organizzati per iniziare o terminare una registrazione, un broadcasting ed anche alcune funzioni per verificare la ricezione del proprio video e controlli per la sintonizzazione e la qualità del video, il frame rate, il volume e la qualità dell'audio.

Mogulus: Mogulus offre solo i controlli di base A/V che vengono inclusi di default nel Flash player. Non ci sono controlli o layer aggiuntivi di questa interfaccia, solo delle impostazioni per la qualità in cui abbiamo tre opzioni a disposizione.



Registrazione Video

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Ustream: Funzioni complete di registrazione audio e video sono disponibili su Ustream sin da quando è stato lanciato. Per molti editori indipendenti è uno strumento vitale, specialmente se, come in questo caso, posso prendere i miei video ed esportarli verso altri siti di video sharing senza troppi problemi. Le registrazioni vengono salvate nel formato video .flv (Flash video) e con le procedure appropriate possono essere facilmente convertite in altri formati, editate e caricate sui principali siti di video sharing. Ustream fa un ottimo lavoro nell’archiviare e facilitare l'accesso a tutte le clip video registrate, sia dal singolo broadcaster che dalla video community di cui fa parte.

Mogulus: Mogulus ha aggiunto la registrazione di recente (il 14 settembre 07) e se giudichiamo il posizionamento e l'accessibilità di questa funzione, la registrazione completa non è una priorità fondamentale per Mogulus come lo è invece per Ustream. Infatti, mentre Ustream ti facilita la registrazione e il download di ognuno dei tuoi video broadcast, Mogulus nascondeva la funzione registrazione sotto scorciatoie da tastiera difficili da ricordare fino a due settimane fa, ma ora ha reso completamente accessibile la registrazione mediante una nuova interfaccia che però proibisce il download di tali video registrazioni sul tuo computer, di editare e poi ripubblicare su altri siti. Mogulus vuole costruire la sua nicchia di contenuto di qualità proveniente da chi utilizza il loro servizio, ma mentre l’idea è molto promettente, la dura realtà ci mostra la frustrazione degli utenti e dei broadcaster che cercano di aggirare le restrizioni di Mogulus registrando gli show in formati aperti grazie all’autonomia concessa da alcuni tool di screen recording (vedi Techsmith Camtasia). Di positivo c’è che Mogulus facilita il re-broacast di ogni programmazione live registrata e permette di programmarla mediante una playlist video semplicissima.



Telecamere Multiple

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Mogulus: Mogulus è stato concepito con l'idea di ricostruire lo scenario e le funzioni disponibili in un piccolo studio televisivo tradizionale, includendo una piccola funzione di video switcher che permetteva al broadcaster di passare la diretta video ad altri Mogulus broadcaster.

Ustream: Non offre questa possibilità. Per potere utilizzarla devi aggiungere un software commerciale non molto costoso come WebcamMax. E' vero che se hai più telecamere connesse allo stesso pc, puoi switchare da una all'altra in maniera molto semplice. Non è possibile però invitare altri online video broadcaster ad unirsi allo show e mixarli in un'unica diretta.



Qualità Video

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Ustream: Come broadcaster hai molto controllo sulla qualità del video del tuo streaming dal momento che Ustream offre controlli per la regolazione dei frame rate (1-25) e dei livelli di compressione (1-90). Nel prossimo futuro, ma già sulla Robin Good TV e su pochi altri canali Ustream video streaming, nuovi componenti per la codifica video offrono una qualità video significativamente migliore (smoother motion, frame rate più alto) rispetto all'offerta attuale dei concorrenti.

Mogulus: offre solo le funzionalità di base con una barra con tre posizioni per il controllo della qualità video: bassa, media, alta. Non è specificato da Mogulus quali variabili vengono influenzate mediante questo controllo.



Inserimento di Titoli e Branding

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Mogulus: Di tutto. Mogulus dà il meglio di sé facilitando quanto più possibile ai live video broadcaster l'inserimento di titoli, credit scorrevoli, ticker informativi, un logo del canale e molto altro; così potrai personalizzare completamente e inserire titoli in maniera professionale, proprio come nell'industria televisiva mainstream. Se non desideri che il tuo canale di live video streaming utilizzi queste funzioni avanzate, Mogulus possiede tutto ciò di cui tu hai bisogno in merito a questo e continua a migliorarsi ogni giorno che passa.

Ustream: Nulla. Ustream non offre nessuna funzione per inserire titoli mentre trasmetti, né offre modo di inserire il proprio brand sulle tue trasmissioni.



Aggregazione Video

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Mogulus: Mogulus offre una funzionalità dedicata alla creazione e all'editing di playlist video. Le clip video possono essere sia caricate direttamente dal tuo computer o selezionate tra clip video già disponibili su YouTube. Questo consente a tutti i Mogulus broadcaster di compilare facilmente canali tematici di qualità con un numero a scelta di video clip pre-selezionate e di programmare con facilità la loro trasmissione in compilation pre-costituite.

Ustream: Niente.



Funzionalità Per L'Interazione

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Ustream: Per quanto riguarda l'interattività Ustream da tempo offre agli spettatori la possibilità di chat, di rating, di commento e di iscrizione ai diversi broadcaster mediante una serie di link facili da utilizzare su tutte le pagine web di ogni broadcaster presente su Ustream. Di recente Ustream ha aggiunto anche una funzione di sondaggio in diretta e un applausometro pensato per offrire agli utenti una funzione in tempo reale con la quale esprimere il loro apprezzamento per il video proprio mentre lo stanno guardando.

Mogulus: Nessuna. Nessuna chat testuale, non ci sono i commenti o possibilità di rating o sondaggi, disponibili su Mogulus.


Performance Del Servizio

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Ustream: Storicamente, Ustream è sempre stato molto semplice, immediato e facile da utilizzare. La sua performance, tolto qualche aggiornamento del servizio che ha causato brevi pause ad Ustream nel passato, ha funzionato sempre molto bene. Rapido e di pronta risposta proprio come ci si aspetta. Non ha un'interfaccia pesante da caricare, nessun processo o codice complesso da far girare sui nostri computer.

Mogulus: Mogulus si è costruito una cattiva reputazione per quanto riguarda performance e accessibilità, ed ora sta lavorando molto, soprattutto negli ultimi due mesi, per migliorare significativamente questi aspetti critici del suo servizio web-based di live video streaming. Nel passato, molti computer non possedevano le necessarie potenzialità hardware richieste da Mogulus e per questo i crash erano frequenti, ora le cose sembrano andare decisamente meglio. La performance di Mogulus è molto più elegante, e muoversi nell’interfaccia non da grosse problematiche.



Modello di Business

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Ustream: Gratuito. Mi meraviglio e mi chiedo come si ripagano per l'ottimo servizio che offrono; posso dire con sicurezza che non mi hanno chiesto nemmeno un euro per tutto quello che ho fatto utilizzando il servizio.

Mogulus: Gratuito al momento. In futuro diventerà a pagamento e chi vuole utilizzare il servizio dovrà pagare una tariffa commisurata al traffico generato e all'uso di banda. Sebbene Mogulus non abbia né pubblicato né ufficializzato il suo modello di business per il futuro, nella mia intervista a Max Haot, CEO di Mogulus e nei discorsi non ufficiali successivi che ho avuto con lui, mi ha confermato che Mogulus offrirà sia una opzione gratuita nella quale inseriranno un programma interno di annunci pubblicitari ogni tot minuti (soluzione che sicuramente io non accoglierò), ma anche una versione a pagamento basata sulla quantità di banda necessaria al tuo canale di live video streaming..



Community

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Ustream: Ustream possiede buone funzionalità di community, interne al servizio stesso, sin dal momento del suo lancio. Si può commentare, iscriversi a uno o più broadcaster, fare rating, commentare e mandare messaggi diretti agli altri utenti. Sarebbe sicuramente apprezzata l'aggiunta di un widget visuale e condivisibile dai broadcaster per la loro community (tipo quello di MyBlogLog). Ustream deve poter fornire ad ogni broadcaster gli strumenti e le funzionalità mediante le quali migliorare il coinvolgimento, l'informazione e la capacità di stimolare il mercato del contenuto video con la propria community di ammiratori.

Mogulus: Nessuna.



Promozione Degli Show

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Ustream: La newsroom editoriale dietro Ustream manca di un lavoro quotidiano di individuazione dei live show migliori da portare sulla home page di Ustream, ed anche la promozione, a proprie spese degli show migliori e più interessanti trasmessi dalla propria community. Sono sempre rimasto impressionato dalla capacità di Ustream di generare mercato e di promuovere la mia stessa programmazione senza che io abbia chiesto loro mai nulla in proposito. Sono sicuro però che non si adoperino per tutti allo stesso modo, ma li vedo estremamente aperti ai contributi degli utenti ed ai loro consigli e quindi se hai un ottimo show e vuoi promuoverlo su Ustream non devi far altro che farglielo sapere. Segui i link forniti sulla Ustream home page e guarda come altri broadcaster promuovono i loro show. Raccogli delle buone immagini o disegna un box promozionale per il tuo show e inviali ai ragazzi di Ustream. Saranno solo felici di dare visibilità a tutto ciò che è nuovo ed interessante.

Mogulus: Mogulus ha una pagina "Watch" nella quale puoi trovare i suoi "migliori" broadcaster. Sfortunatamente c'è poca promozione per i singoli broadcaster oltre ai post individuali che il Mogulus CEO Max Haot scrive di volta in volta sul blog ufficiale di Mogulus. La pagina Watch è accessibile solo agli utenti registrati, cosa che Ustream non impone, invece.



Condivisione – Distribuzione – Embed Player

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Ustream: Un embeddable player standard, ridimensionabile a piacimento è sempre visibile per ognuna delle registrazioni video che completi su Ustream. Ustream mette a disposizione un pezzo di codice da copiare e incollare sulla tua pagina web. L'embedded player di Ustream ha uno sfondo trasparente, ed offre agli utenti il controllo audio ed il muting, il numero di utenti e l'opzione pausa per il video streaming.

Mogulus: Mogulus permette di condividere e di includere il tuo canale video utilizzando un approccio simile a un widget, proprio come Ustream. L'embeddable player di Mogulus non è flessibile come quello di Ustream e richiede alcune impostazioni da configurare per farlo funzionare come desideri. E' praticamente impossibile registrare una clip nativamente con Mogulus durante un live stream e rendere poi il video disponibile su un altro sito per il video sharing come YouTube. Mogulus non offre il download dei file, e le registrazioni video complete possono essere utilizzate solo all'interno del canale Mogulus.



Supporto

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Ustream: Ottimo help e feedback immediato caratterizzano le persone del supporto di Ustream. Fanno di tutto per aiutarti e ascoltano apertamente tutti i feedback ed anche le critiche.

Mogulus: Il team di supporto di Mogulus è responsabile e attento ai feedback ma sembra essere meno reattivo, e probabilmente ha troppe richieste da gestire. I suggerimenti tecnici e i consigli riguardanti le funzionalità che ho fornito loro in passato sono state sempre prese seriamente in considerazione e più di una volta i miei desideri sono stati esauditi mediante il rilascio di una nuova funzione di Mogulus. Nonostante queste ottime note, ho visto Mogulus saltare alcune scadenze, tempi di consegna e di programmazione del rilascio di alcune funzioni. Questo non vuol dire che non stiano facendo progressi, ma certamente segnala che almeno nel recente passato hanno dovuto affrontare moltissime questioni organizzative e di sviluppo.




Quando E' Meglio Usare Mogulus E Quando E' Meglio Usare Ustream?

  • Per i tuoi live show, con solo un presentatore, nessuno può competere con Ustream secondo me.
  • Per live show in cui vuoi coordinare e trasmettere con reporter multipli da posti diversi, niente è meglio di Mogulus.
  • Per aggregare video clip da fonti diverse e per creare canali di contenuto video tematizzati con video non in diretta nessuno può battere Splashcast, ma Mogulus è il secondo in classifica.
  • Per fare live show in cui vuoi trasmettere video clip di news, o contributi di altri utenti tra la tua introduzione e il tuo commento, Mogulus è lo strumento da adottare senza indugi.
Fonte: http://www.masternewmedia.org/it/video_internet_television/live-video-streaming/ustream-vs-mogulus-quale-servizio-di-live-video-streaming-miliore-20071009.htm


Uscirà ufficialmente il 10 ottobre il nuovo album dei Radiohead, intitolato In Rainbows, ma su Internet è già disponibile per la prevendita. L'anticonformista gruppo britannico, che viaggia senza contratto sin dalla pubblicazione del disco precedente, ha deciso di scavalcare la tradizionale catena di distribuzione e di mettere in vendita direttamente online il proprio lavoro.

Sono due i formati scelti da Yorke, Greenwood e compagni per la loro settima fatica. Il primo, destinato ai fan più affezionati, è un discbox contenente 18 nuove tracce sia su CD che su due vinili da 12" vecchio stile, oltre a foto, video e artwork vari. Il secondo è il download: non si conoscono ancora tutti i dettagli, visto anche il sonoro e deciso NO rifilato ad Apple e al suo iTunes Store, ma è soprattutto il prezzo a lasciare a bocca aperta.

Radiohead In Rainbows e-shopNel carrello dell'e-shop realizzato per l'occasione, la voce relativa appare vuota, seguita da un punto interrogativo che rimanda ad un'altra pagina: "it's up to you" si legge, spetta a chi acquista decidere il prezzo. E per chi restasse perplesso, un nuovo punto interrogativo rimanda ad una terza pagina che ribadisce il concetto: "no really, it's up to you" ("no, guarda, tocca proprio a te"). In Rainbows è insomma in vendita a offerta libera: può bastare anche solo qualche centesimo per portarsi a casa i dieci nuovi brani originali. Non solo: se non si paga nulla e se l'album piace si può sempre tornare sul sito e lasciarci qualche soldo.
Al download potranno accedere anche gli acquirenti del discbox - disponibile solo a partire da dicembre - e il cui prezzo invece resta fissato a 40 sterline (circa 57 euro, spese di spedizione comprese). Anche in questo caso, tuttavia, il meccanismo di distribuzione sarà molto originale: invece di rivolgersi agli usuali canali commerciali, sarà l'abituale concessionaria del merchandising della band a gestire la vendita e la consegna.

La scelta dei Radiohead suona come una sveglia alle grandi sorelle della musica. Non si tratta in assoluto di una novità, visto che già da tempo Magnatune e Jamendo battono questa pista: ma si tratta del primo caso in cui una band di primissimo piano, ritenuta anzi un punto di riferimento da molti giovani e dagli stessi musicisti, si spinge verso un certo tipo di modello distributivo. Se questo modello avrà successo si può già ora star sicuri che la mossa dei Radiohead sarà seguita a breve giro di disco anche da altre band e nomi di richiamo.

la bandCome ricorda Bob Lefsetz sulle pagine del suo blog, in passato c'erano stati altri artisti del calibro di Bruce Springsteen o dei Pearl Jam che avevano scelto di lavorare senza un contratto discografico: ma tutti, senza eccezione, avevano poi stretto un accordo con le major per la distribuzione della propria musica. Tutti, ad eccezione dei Radiohead: "Non è che vivano in un altro mondo - dice Bob - ma è che giocano con regole diverse".

Questa mossa, spiega, dimostra che è possibile agire al di fuori della prassi consolidata: "Ai Radiohead non interessa se la musica è gratis. Perché non credono lo sarà". I fan saranno probabilmente sempre disposti a pagare per quanto ascoltano, e coloro i quali invece si sarebbero rivolti ad un circuito P2P per ottenere la musica gratuitamente, sborseranno invece una piccola cifra simbolica per averla. Meglio di niente.

Le major hanno di che preoccuparsi? Probabilmente sì, visto anche quello che si legge sulle pagine di Time: "Se il miglior gruppo in circolazione non ci vuole tra i piedi - dice un anonimo dirigente di una grande etichetta europea - allora non sono sicuro che ci sia rimasto molto di questo business". E aggiunge un produttore statunitense, anche lui senza nome: "Se puoi pagare quanto ti pare per la musica della migliore band del mondo, perché dovresti pagare 10 euro o 99 cent per quella di qualcuno meno dotato?". E quei 99 cent sono un prurito girato ad Apple.
Per Punto informatico - Luca Annunziata

Video poker is a casino game played on a computerized console similar in size to a slot machine. Obviously, Internet is a good place to export this new fever.
There are some variations. Deuces Wild Video Poker is a variation of video poker in which all twos are wild, ie wild cards substitute for any other card in the deck in order to make a better poker hand.
Jacks or Better is the most common variation of video poker available. Payoffs begin at a pair of jacks or better. Full pay Jacks or Better is also known as 9/6 Jacks or Better; the 9 refers to the payoff for a full house and the 6 refers to the payoff for a flush. Full pay Jacks or Better has a theoretical return of 99.54 % when played with perfect strategy.
Bat what are the main problems of online slots? “Problem gambling” is the first. It’s an urge to gamble despite harmful negative consequences or a desire to stop. The term is preferred to compulsive gambling, using for examples slot machines or free slots among many professionals, as few people described by the term experience true compulsions in the clinical sense of the word.
Although the term gambling addiction is common in the recovery movement pathological gambling is considered to be an impulse control disorder.
Problem gambling is characterised by many difficulties in limiting money and/or time spent on gambling which leads to adverse consequences for the gambler, others, or for the community.

Il New York Times va online per intero e gratis


Il New York Times dice addio alla parte del giornale che prima era disponibile online unicamente dietro il pagamento di un abbonamento. Il modello di business basato sulla pubblicità rende di più: il futuro è segnato
Il New York Times sta vivendo una piccola grande rivoluzione: i contenuti del giornale diventano disponibili per intero sul web ed a titolo gratuito. Fino ad oggi, infatti, uno dei principali quotidiani statunitensi era disponibile online a tutti solo in parte, alcuni articoli, fondi e i numeri passati erano riservati solo ad un utenza premium disposta a pagare.

Il motivo del cambiamento di orientamento è facile da intuire: il modello di business basato sulla pubblicità promette di rendere di più di quello basato sulla sottoscrizione, nonostante negli ultimi anni il NYT abbia ricavato ben 10 milioni di dollari dai suddetti abbonamenti.

A detta di Vivian Schiller, vicepresidente e general manager della parte internet del giornale, ciò che non era stato previsto due anni fa (quando iniziò il servizio su abbonamento) era l'incredibile mole di traffico che poteva arrivare dai motori di ricerca: «nessuno si aspettava che così tanta parte del nostro traffico sarebbe arrivata da Google, Yahoo e dagli altri motori di ricerca».

L'aspettativa rispetto all'utenza delle sezioni ora disponibili a tutti e alla crescita che la mossa comporterà è dunque grande, tanto che già c'è uno sponsor per le nuove aree, American Express, il quale si è riservato uno spazio decisamente importante. Adesso tra i grandi giornali rimane unicamente il Wall Street Journal a mantenere una politica di sottoscrizione per la quale hanno accesso alla versione online solo i clienti che pagano (un pubblico che ha toccato il milione di individui e che frutta 65 milioni di dollari).

aprire nuovo file in Google Presentation


E’ la ciliegina sulla torta per quanto riguarda gli strumenti del “pacchetto” Google Docs: dopo i Documenti ed i Fogli di Calcolo, mancava solamente una web application per le presentazioni e ora, finalmente, il cerchio è chiuso.

Non si chiama Presently, come qualcuno aveva ipotizzato, ma semplicemente Google Presentation e, attualmente, non tutti gli utenti possono accedervi, neanche impostando la lingua inglese (US) nel pannello di gestione dell’account Google: unico canale di accesso a Presentation che abbiamo trovato fin’ora è tramite l’account di Google Apps.

Nella pagina dei documenti, dal menù a tendina New clicchiamo Presentation e siamo reindirizzati nel “laboratorio” delle slides: possiamo creare una nuova presentazione oppure importarla da pc; modificare il tema, inserire testi e immagini (ma non files multimediali, per ora), condividerla con altri utenti che sono collegati via Gtalk, pubbblicarla sul web e così via, come già siamo abituati a fare con gli altri documenti gestiti dalla applicazioni di Google.

Per quanto riguarda l’output, oltre ad una versione stampabile e alla possibilità di salvare la presentazione in formato compresso, Google Presentation non ci permette di scaricarla direttamente in ppt.

Tuttavia, Google Presentation, così come gli altri strumenti del pacchetto gratuito offerto da Google, è proprio il tassello mancante ad una vera e propria suite da ufficio che ci permette di archiviare i nostri files sul web, lavorare su di essi e condividerli con facilità estrema con altri utenti e collaboratori. Già localizzata in 25 lingue, Italiano compreso, non credo manchi molto, forse, ad un motore di ricerca dedicato che ci consentirà di cercare agevolmente tra tutte le presentazioni pubbliche create e condivise dagli users

The Scream Against Censorship!
Franco Frattini, lo stesso che nel 2005 auspicata un big brother europeo che vegliasse sui sistemi di comunicazione, ora rilancia chiedendo la censura ai motori di ricerca. Google nega in toto la proposta bocciandola per i danni che ne conseguirebbero
La presa di posizione di Franco Frattini sulla ricerca sul web era parsa fin da subito imbarazzante: claudicante a livello legale, illogica da un punto di vista razionale, impraticabile dal punto di vista pratico, inutile dal punto di vista pratico. Frattini, infatti, ha esplicitamente auspicato un maggiore controllo sul web affinchè parole 'pericolose' non possano essere cercate e, parallelamente, concetti e contenuti pericolosi non possano entrare in possesso delle persone sbagliate.

Frattini non potrà nascondersi dietro un "non sono stato capito": «proporrò che diventi penalmente perseguibile chi diffonde su Internet le istruzioni per fabbricare bombe [...] intendo portare avanti un esercizio di esplorazione con il settore privato... su come sia possibile usare la tecnologia per evitare che la gente usi o cerchi parole pericolose come bomba, uccidere, genocidio o terrorismo». Nonostante il suo discorso con tutta evidenza non regga, Google ha comunque espresso la propria opinione in merito, ovviamente bocciando in toto la proposta e stigmatizzandola come un intervento censorio inutile e dannoso.

La voce ufficiale del motore è quella di Peter Fleischer, global privacy counsel di Google, sentito per La Repubblica da Alessio Balbi: «ci sono tante ragioni per le quali una persona potrebbe cercare su internet una parola come "genocidio", ad esempio a scopo educativo [...]». Secondo Fleisher, riporta l'articolo, la priorità nei controlli deve essere rivolta al processo di pubblicazione, «ma se una pagina esiste sul web Google deve essere in grado di trovarla». Insomma: una difesa d'ufficio al diritto di indicizzare le informazioni senza avere responsabilità sui contenuti trovati.

Va ricordato come Franco Frattini già nel 2005 fosse co-firmatario di una proposta per la creazione di un ente di controllo europeo avente il potere di monitorare i dati delle reti di comunicazione del vecchio continente. La proposta andò poi al macero tanto per problemi relativi alla tutela della privacy, quanto per l'alto costo che il tracciamento delle informazioni avrebbe rappresentato. Soluzioni meno rigide e più praticabili sono state proposte in seguito chiedendo agli ISP uno sforzo collaborativo per la conservazione dei dati di log.



Le molte speranze che sono legate alla proposta di legge sul peer-to-peer avanzata da Marco Beltrandi (Rosa nel Pugno) hanno compiuto un piccolo passo in avanti con l'assegnazione del progetto normativo alla Commissione Cultura della Camera, quella presieduta da Pietro Folena, da anni sostenitore, peraltro, di una revisione delle leggi sul diritto d'autore.

La proposta, qui l'intero testo comprensivo di introduzione, punta ad una revisione sostanziale delle norme attuali e, se approvata, secondo i suoi proponenti, tutti deputati della RnP, proietterebbe l'Italia all'avanguardia in Europa nel modo di affrontare la complicata, delicata ma centralissima questione del file sharing.

Di fondo la normativa tenta di superare il gap culturale che ha fin qui attanagliato le istituzioni nostrane nell'approccio alla condivisione di file. "Il problema - spiegano i proponenti - spesso nasce dalla circostanza che a una nuova tecnologia si contrappongono una concezione anacronistica e inadeguata della tutela del diritto d'autore e una serie di normative scritte e pensate quando il fenomeno del peer to peer e, più in generale, le dinamiche dell'economia dell'innovazione e dell'informazione basate sulle tecnologie dell'informazione e della comunicazione (ICT), non erano ancora comprese dai legislatori nazionali e sopranazionali".

Il punto su cui dovrebbe quindi vertere una normativa aggiornata è "il tradizionale criterio di politica criminale, per cui un fatto diviene reato quando la sua commissione conduce a un grave danno sociale". Non è un caso, peraltro, che in questi anni in cui l'industria discografica e cinematografica ha dato battaglia in mezzo mondo agli utenti del P2P, senza peraltro ottenere successi misurabili, abbia sempre sottolineato i danni del file sharing, definito spesso come "furto" e come "pratica" capace di sottrarre denaro alle casse dei produttori, ergo investimenti, ergo occupazione.

Su questo punto, dunque, si giocheranno molti dei destini di questa proposta. Anche per questo nell'introduzione si cita a piene mani Free Culture, la "bibbia del nuovo mondo" scritta da Lawrence Lessig, di certo la mente più lucida negli States per ciò che riguarda il diritto d'autore nell'era dell'informazione. Lessig, come noto, demolisce il concetto di danno sociale attribuito al P2P e soprattutto l'idea che chi scarica la copia di un brano musicale, ad esempio, possa essere equiparato a chi sottrae l'unica copia, per così dire, di un oggetto fisico. Non solo. "È ormai provato - insistono i promotori del progetto di legge - che la condivisione gratuita dei contenuti online non danneggia i detentori dei diritti, ma addirittura in alcuni casi induce un bisogno di cultura che ha positive ricadute anche sul mercato. Una recente ricerca dell'Associazione nazionale delle industrie cinematografiche e audiovisive (ANICA), ad esempio, dimostra che tra chi fa file sharing vi è una maggiore propensione ad andare al cinema rispetto al resto della popolazione".

L'introduzione alla proposta accenna anche alla futura piattaforma di condivisione Qtrax annunciata di recente dall'industria, un progetto che dimostra la bontà della tecnologia e, in più, il fatto che dopo tanti anni di caccia spietata ai sistemi di condivisione l'industria dei contenuti individui proprio in questi ultimi uno strumento per risollevarsi dalla crisi delle vendite dei supporti tradizionali.

La soluzione

Il pdl propone, nientepiù nientemeno, l'introduzione delle licenze collettive riferite ad utenti che intendano condividere i propri archivi digitali su reti telematiche per fini personali e senza scopo di lucro.

L'idea, cioè, è di prendere esempio dalle licenze collettive nordeuropee e far sì che chi detiene il diritto d'autore sviluppi "una nuova generazione di modelli di licenze collettive destinati agli utenti online". Il che si traduce nel promuovere accordi ad hoc tra SIAE e associazioni dei consumatori.

Ne consegue, dunque, la nascita di licenze per il P2P, che consentirebbero la legalizzazione definitiva di un'attività senza scopo di lucro portata avanti quotidianamente da centinaia di migliaia se non milioni di utenti italiani.

"È così possibile, al contrario di quanto avviene oggi - concludono i promotori - per effetto di una politica incapace di immaginare e di elaborare soluzioni alternative al ricorso alla sanzione penale, combinare due fondamentali esigenze: il riconoscimento di diritti che riguardano la produzione intellettuale, culturale, le opere dell'ingegno e i diritti d'autore, con il riconoscimento dei valori costituzionali da cui il diritto d'autore medesimo ripete i propri limiti come il proprio fondamento, quali i diritti e le libertà individuali delle persone in ordine all'accesso alla cultura, alla fruizione, alla produzione e alla circolazione della conoscenza".

Stilato un accordo tra il governo di Pechino e i maggiori provider
"Non diffondere messaggi erronei o illegali" e limitare l'anonimato dei blogger
L'allarme di Reporters sans Frontieres: "E' la fine dei blog liberi"

PECHINO - I principali server presenti in Cina firmano con il governo
di Pechino un "codice di condotta". Che li impegna a "non diffondere
messaggi erronei o illegali" nonché a promuovere l'uso dei veri nomi
da parte dei blogger. L'accordo, che coinvolge anche Msn e Yahoo!,
preoccupa Reporters sans Frontieres: si rischia infatti "una nuova
ondata di repressione e di censura" venendo meno l'anonimato dei
blogger.

Il codice di condotta è stato elaborato dalla Internet Society of
China (Isc), un organismo semiufficiale i cui membri appartengono
all'Accademia delle Scienze o a altri enti vicini al Partito Comunista
Cinese. L'accordo con i provider è stato firmato questa settimana,
anche se gli uffici pechinesi di Msn e Yahoo! non lo hanno né smentito
né confermato.

L'iniziativa della Isc potrebbe essere collegata all'avvicinarsi del
diciassettesimo congresso del Partito Comunista, la cui data è tenuta
segreta ma che secondo indiscrezioni dovrebbe aver luogo nella seconda
settimana di ottobre. Negli ultimi giorni 60 persone sono state
arrestate nel nordest della Cina con l'accusa di aver diffuso notizie
false a questo proposito, usando internet o gli sms. In precedenza, i
direttori dei principali giornali erano stati ammoniti a prestare la
massima attenzione a non pubblicare notizie che potrebbero turbare l'
atmosfera "armoniosa" che secondo la leadership cinese dovrebbe
circondare il congresso.

Questo clima preoccupa Reporters sans Frontieres, che vedono nel
"codice" un nuovo pericolo per la libertà d'espressione: "Si tratta -
afferma Rsf - della fine dei blog liberi in Cina". L'iniziativa
infatti "avrà conseguenze molto gravi sulla blogosfera cinese e che
segna la fine dei blogger anonimi. Rischia di aprirsi una nuova ondata
di repressione e di censura".

Negli ultimi cinque anni internet ha dato sempre più spazio
all'espressione dell'opinione pubblica, non sempre in sintonia con le
opinioni delle autorità. L'ultimo episodio, questa settimana, è stata
la comparsa su YouTube di un video, forse girato con un telefono
cellulare, sulle proteste dei familiari dei 181 minatori intrappolati
sottoterra a Xintai, nella provincia dello Shandong.


Già da un pò si mormorava che Gmail si stesse organizzando per leggere, tra gli altri files, anche il formato .ppt, ovvero Powerpoint e finalmente questa funzione è arrivata, almeno nell'interfaccia inglese.

Gmail visualizza i files Powerpoint Se cambiate la lingua nelle impostazioni di Gmail, da italiano a English (US), noterete accanto agli allegati .ppt anche la dicitura View as Slideshow. Cliccando sul link la presentazione sarà aperta in una nuova pagina dove potrete scorrere le slide avanti o indietro grazie alle frecce in alto oppure saltare alla pagina voluta dal menù laterale destro.
Cliccando il tasto destro sopra la slide stessa, potete anche velocizzare o rallentare la velocità della presentazione, andare alla prima o all'ultima slide e scaricare il file nel formato originale .ppt (foto); quello che vediamo nel browser infatti è un file Flash.

UTILITA':

- se abbiamo bisogno di mostrare una presentazione ppt su un computer dove non sappiamo se Powerpoint sia installato o meno, scavalchiamo il problema inviando lo slideshow a noi stessi, sulla casella di posta Gmail, e visualizziamolo direttamente dal browser.

- quando scorriamo la presentazione nel browser, ciascun file viene salvato nei file temporanei del computer (Windows) nel formato swf:questo significa che tutto lo slideshow viene reso disponibile in Flash direttamente sul nostro pc. Un piccolo trick per trasformare i files .ppt in .swf senza cercare nessun software o utility di conversione ma soltanto sfruttando la nuova abilità di Gmail!

La Rete potrebbe rendersi irriconoscibile, a meno che il "virus della repressione su Internet" non venga debellato. Suona così l'avvertimento lanciato da Amnesty International per bocca di Tim Hancock, responsabile delle campagne dell'organizzazione.

Internet sta cambiando volto, dominata sempre più da quello che Amnesty definisce "modello cinese": una Rete che traina una crescita economica dai ritmi vertiginosi, ma che, con il crescere della sua popolarità, viene progressivamente strangolata dal volere dei governi. Interessati a difendere la propria reputazione e a non spezzare il silenzio che i cittadini e i media riservano loro rifugiandosi nell'autocensura; per non dissipare la cortina di ignoranza che aleggia attorno al proprio operato, i governi filtrano le informazioni e instaurano un regime di sorveglianza a favore dei propri netizen.

Lo ha confermato, di recente, anche un report di Open Net Initiative: la censura governativa opera in almeno 26 stati, dalla Bielorussia alla Tunisia, dalla Thailandia all'Iran. Senza contare l'Occidente, escluso dal report solo per le motivazioni che spingono alla selezione dei contenuti online, da noi più di impronta sociale che politica.

Hancock fa riferimento a tecniche subdole come il filtraggio, ma ricorda anche situazioni in cui i governi hanno agito ancor più attivamente, a scopo dimostrativo, limitando l'accesso agli Internet café, oscurando siti, arrestando coloro che, come il blogger egiziano Kareem Amer, avevano trovato in Rete spazio e visibilità per denunciare le brutture del proprio paese.

La situazione non può che involvere nel momento in cui le imprese, desiderose di conquistare mercati in espansione, decidono di affiancarsi ai governi e di scendere a patti, sovrapponendo complicità politiche ad interessi commerciali. A questo proposito Amnesty aveva già invocato l'intervento degli ISP, invitandoli a sostenere dal basso la causa dei diritti umani e della libertà di espressione in Rete, nel momento in cui le grandi aziende, nonostante vacue promesse di codici di condotta, sembrano preferire supportare la proficua causa dei governi.

Sono infatti note le collusioni di big player della rete con il governo cinese, considerato il vertice della censura online: Cisco e Google, fra mea culpa e richiami all'ordine da parte degli azionisti, hanno collaborato a filtrare e selezionare ciò che si pone al di là della grande muraglia digitale; Yahoo pare abbia supportato il governo della Repubblica Popolare consentendo di rintracciare ed arrestare un dissidente. Meno nota la questione sollevata da New Scientist, su cui ha richiamato l'attenzione Reporters sans frontieres: grandi nomi dell'industria occidentale starebbero lavorando, proprio in Cina, ad un software per la profilazione "profonda" dei netizen. Utile a scopi commerciali, potrebbe essere sfruttato per individuare gli elementi sovversivi, a partire dalle tracce lasciate dalle loro abitudini online.

Amnesty si è schierata in più occasioni a favore della libertà di espressione in Rete: ultima la web conferenza tenuta ieri nel contesto della campagna Irrepressible, che ha da poco compiuto un anno. La Rete sta cambiando volto, mutilata dalle cause commerciali e da governi che temono di perdere il controllo dell'informazione, ma anche da quella che si configura spesso come una scrematura demagogica. Avverte Hancock: "Ora accendiamo il computer dando per scontato che quello che vediamo è tutto ciò che esiste online. Temiamo che in futuro sarà possibile accedere solo a ciò che qualcuno riterrà opportuno lasciarci vedere".

Gaia Bottà - Punto Informatico

Non basta studiare. Non basta fare sacrifici. Anche ad alto livello, il precariato colpisce tutti. Due lettere, due testimonianze.

Lettera inviata a Punto informatico

"Gentile Redazione, ho 40 anni, un diploma da perito industriale elettrotecnico e lavoro nel settore IT (ora ICT) da parecchi anni. Ho cominciato come 'apprendista stregone' per curiosità, poi mi sono appassionato, infine ho trasformato la passione in professione.

Sono stato programmatore, tecnico hardware, sistemista, DBA, amministratore di rete. Ho lavorato da solo ed in team, ho fatto parte di gruppi di lavoro ed ho coordinato gruppi di lavoro. Ho lavorato in una pubblica amministrazione e l'ho abbandonata per tornare nel settore privato. Ho insomma un curriculum abbastanza vario, ed un'età che aiuta a stemperare gli slanci della passione con il bagaglio dell'esperienza, la quale, sia dal punto di vista professionale che da quello umano, comincia ad essere consistente.

Ho attraversato gli anni '90 e la 'bolla' italiana del mercato del lavoro legato all'IT. Un periodo caratterizzato dalla contesa a suon di contratti favolosi delle poche professionalità 'vere', anni in cui non era importante tanto il titolo di studio quanto il saper fare. Una bolla che oggi si è sgonfiata, e e le cui conseguenze sono sotto i miei occhi, tutti i giorni.

Oggi, certamente, le competenze in questo settore sono più diffuse, l'acculturamento di base è aumentato, chi opera nel settore non è più uno "stregone" e quanto fino a dieci anni fa era considerato "effetti speciali" oggi passa quasi inosservato. L'adeguamento dei programmi della scuola superiore e delle università ha fatto in modo che neodiplomati e neolaureati non fossero completamente ignoranti in materia e le scuole e le facoltà ad indirizzo tecnico hanno cominciato a sfornare tecnici con una preparazione di base di tutto rispetto, risparmiando ai futuri operatori del settore una gavetta lunga e difficile, quella che ho fatto io, nella quale acquisire sul campo tutte quelle conoscenze che si potevano conseguire o così o sborsando cifre considerevoli.

Il mercato del lavoro delle professioni IT si è perciò trasformato: da un lato si è popolato considerevolmente, anche e soprattutto per effetto di quei contratti favolosi che hanno caratterizzato gli anni '90, i quali sono diventati un miraggio soprattutto per le nuove leve; questo ha aumentato il numero di candidati disponibili ad occupare ogni posizione lavorativa disponibile, favorendo una concorrenza al ribasso nelle retribuzioni. Le aziende, dal canto loro, già favorite dalla concorrenza fra candidati, hanno adottato concetti suggeriti o insinuati dal marketing commerciale del mondo IT, che si è sperticato per spacciare l'evoluzione dei prodotti (sistemi operativi, suite per l'office automation, DBMS e quant'altro) sempre più nella direzione di una semplicità e intuitività d'uso che permettessero l'impiego di figure sempre meno specializzate.

Capita, così, di leggere delle inserzioni di ricerca di personale per "Sistemista di reti", in cui le competenze richieste sono: "Conoscenza domini Microsoft, Active Directory, Sistemi Operativi di rete Windows e Linux; Conoscenza networking ed apparati rete Cisco; Conoscenza DBMS Microsoft; Conoscenza dei linguaggi di programmazione C,C++,VisualBasic,PHP e di BizTalk Microsoft.".

Nessuna indicazione sul livello di esperienza richiesto (almeno in questo caso, in genere inserzioni di questo genere riportano la dicitura "2 o 3 anni"), ed una confusione totale tra le funzioni di Amministratore di dominio Windows, Amministratore di Rete, DBA, Programmatore. Oggi, secondo una tendenza che purtroppo mi pare molto diffusa e accreditata, il cosiddetto "IT Specialist" (ma può chiamarsi in qualsiasi altro modo, tanto competenze richieste e funzioni attribuite non variano poi tanto) deve essere giovane, sapere tutto di ITC, avere poca esperienza e costare poco. Magari appartenere anche alle categorie protette: ecco, se appartiene anche alle categorie protette è perfetto, è il candidato perfetto, il posto è suo.

Del resto, grazie alla possibilità di forfettizzare lo straordinario, l'eventualità di attribuire al neo assunto un carico di lavoro spropositato per il suo livello di esperienza e competenze non è più un problema per l'azienda, che con questa soluzione lo ribalta sul lavoratore. Del resto, con l'enorme quantità di precari che si trova ormai anche in questo settore, se le condizioni di lavoro non sono consone al malcapitato questi può sempre rinunciare, del resto tutti servono e nessuno è indispensabile (una frase mitica che mi è capitato di udire spesso, in azienda), ed una soluzione ad una carenza di personale è una delle minori fonti di preoccupazione per chi gestisce un'azienda.

Come si possano coniugare felicemente tutte queste caratteristiche, bisognerebbe chiederlo a chi si occupa di selezione del personale. Se si ha un po' di esperienza nel settore, si capisce bene che gli anni di esperienza influiscono in misura direttamente proporzionale sulla conoscenza delle problematiche, sull'affinamento dei metodi, sulle capacità di problem solving, sulla correttezza di analisi e soluzioni proposte. L'esperienza, poi, in genere permette perfino di prevenirli, i problemi. L'esperienza è, insomma, quel valore aggiunto che unito alla competenza consente di ottenere quelle garanzie che dovrebbero stare alla base della business continuity, concetto conosciuto da addetti ai lavori e grandi aziende, ma sconosciuto alla maggior parte delle PMI che costituiscono la stragrande maggioranza delle aziende italiane.

Amministrare un sistema informativo di una media azienda, purtroppo per il marketing dei prodotti ITC, non è cosa semplice, anzi. L'esperienza è necessaria, e più il sistema informativo è complesso, più esperienza servirebbe per gestirlo in maniera ottimale. A volte mi viene il sospetto che si faccia troppa confusione sulla differenza che corre, da questo punto di vista, tra amministrare un sistema informativo e farlo funzionare. Qualche volta il sospetto è perfino che la confusione non sia confusione, ma malafede.

Ma chi gestisce una azienda, e chi seleziona e/o gestisce il personale dell'azienda, si rende conto che il prodotto finale, sia esso un bene o un servizio, è il risultato di tutte le componenti del processo produttivo? E di conseguenza, laddove esistono punti deboli (come, nel caso specifico, la mancanza di esperienze e/o competenze adeguate ai ruoli ed alle funzioni), più grandi sono le probabilità di fornire beni e/o servizi di qualità inferiore a quanto richiederebbe il mercato? Mi pare che stimolare o avallare processi di questo tipo, con l'impiego di professionalità al ribasso, possa portarci a vendere sempre più fumo e sempre meno arrosto.

Non svilupperò oltre questo pensiero, non sono un sociologo e tantomeno un economista. Sono un lavoratore che ogni giorno di più vede affievolirsi la possibilità di veder riconosciuta una dignità al proprio lavoro (per malafede, per ignoranza o tutte e due), a causa di decisioni e politiche aziendali miopi d'una miopia grave. Del resto, se mai si è ragionato sulla risorsa uomo, oggigiorno ci si è messi in concorrenza con Cina ed India, per cui l'esperienza non è più monetizzabile, altrimenti l'azienda andrebbe fuori mercato. Però, sia chiaro, poiché oggi avere un lavoro è una fortuna, io e tutti quelli che, come me, vorrebbero tentare altre sfide ma non trovano migliori occasioni a causa di quanto ho provato a riassumere più sopra, ecco, io sono un fortunato e non dovrei lamentarmi.

Difatti, non mi lamento. Cerco di capire piuttosto. Ma ho le mie brave difficoltà.

Buon lavoro a tutti (mi pare proprio un augurio azzeccato)".


Una lettera a Beppe Grillo
"Caro Beppe,
ti scrive un tuo concittadino 39enne che crede nel tuo lavoro e nella rete. Beh forse la mia storia è stata un po’ più fortunata di altre ma il risultato non cambia. Mi sono laureato a Genova nel 1994. Ho conseguito il titolo (!?!) di dottore di ricerca in geofisica tre anni dopo. Ho partecipato a 10 (!?!) campagne di misure in Antartide per il Programma Nazionale di Ricerche (Pnra) su programmi relativi alla comprensione dei cambiamenti climatici. Bene forse non tutti sanno che grazie ai vari Biagi, e a chi prima di lui, per 8 anni ho vissuto con 800 euro al mese e dovevo arrangiarmi con lavoretti vari per poter vivere. Che quando parti per le missioni antartiche visto che sei un figlio di nessuno ti pagano pure metà diaria dei tuoi colleghi fortunati con un contratto vero (lasciando stare altri aspetti che se vuoi ti racconto in privato). È che le banche ti ridono in faccia quando vai a chiedere di poter accendere un mutuo oppure ti vergogni di andarci perché sai come ti guardano.
Oggi mi posso dichiarare fortunato perché ho un contratto annuale da ricercatore per tre anni (cioè scade ogni anno e mi riassumono) e che quindi non vale per gli scatti di anzianità (cioè il mio stipendio è sempre lo stesso) e che per la pensione (è comico dirlo!) questi anni valgono la metà (cioè ne faccio 4 di questo tipo e me ne contano due). Ma, come dicevo, sono fortunato.
La mia ragazza, laureata in biologia, sta lavorando gratis da più di un anno (non inorridire Beppe! Lo so che la parola ti dà fastidio!) all’Istituto Superiore della Sanità con una promessa di avere un contratto Biagi! Ho amici all’università (minuscolo) di Genova che hanno perso i loro 800-1000 euro al mese dopo 10 anni di promesse e di inganni. Poi noi paghiamo 30mila euro al mese i nostri politici per farci prendere per il c..o ed insultare la nostra intelligenza"