Censura

Altro che libertà del web. I dati di un fenomeno sempre più esteso nell'ultimo studio realizzato dalla «OpenNet Iniziative» (Oni), che ha condotto un monitoraggio di sei mesi in quaranta paesi.


Link-> La mappa della Censura sulla Rete

Siti oscurati, blog cancellati, chat room monitorate, motori di ricerca «ristretti». E un numero sempre maggiore di persone imprigionate per aver manifestato o condiviso un pensiero o un'informazione. Altro che libertà del web. La censura online è un fenomeno sempre più esteso e pervasivo. Lo rivelano i dati dell'ultimo studio realizzato dalla «OpenNet Iniziative» (Oni), che ha coinvolto la scuola di legge di Harvard e le università di Toronto, Cambridge e Oxford. Quaranta paesi presi in visione e una ricerca durata sei mesi hanno «partorito» una black list degli attuali nemici di Internet. Il record negativo è detenuto da Cina e Iran, veri capofila nella limitazione di una rete, per definizione «troppo libera».

L'elenco - in continuo aggiornamento - interessa per ora almeno due dozzine di paesi, tra i quali Turchia, Arabia Saudita, Birmania, Tunisia, Uzbekisan, Vietnam. L'allarme della «OpenNet iniziative» arriva proprio a ridosso della grande eco suscitata dalla decisione della Turchia (revocata due giorni dopo) di oscurare il sito YouTube, che aveva dato spazio a materiale offensivo nei confronti del padre della nazione, Kemal Ataturk. In una realtà che vede una crescita esplosiva di fruitori della comunicazione online l'aumento della censura preoccupa seriamente.

Amnesty International ha lanciato una campagna per la libertà di espressione in rete, invitando le aziende tecnologiche a «non collaborare». E i nuovi paesi che man mano si aggiungono al triste elenco prendono «a modello» la storia «censoria» e l'«esperienza repressiva» di chi ne sa più di loro.

E' il modello cinese a fare scuola. Sono sempre più allarmanti infatti le notizie che giungono dalla «grande muraglia» digitale: «Chi prova ad accedere a siti il cui contenuto riguarda argomenti come l'indipendenza di Taiwan o del Tibet, il Dalai Lama, gli eventi di piazza Tienamen o i partiti politici di opposizione viene arrestato». La «purificazione di Internet», di cui parlava qualche tempo fa il presidente cinese Hu Jintao, sembra abbia fatto proseliti anche fuori dal territorio nazionale.

Nell'attività di filtraggio di contenuti «indesiderati» sono sempre di più i paesi, «che si rendono conto di non potercela fare da soli e si rivolgono a compagnie private», asserisce John Palfrey, direttore del Centro per Internet e Società di Harward. Nella maggior parte dei casi le società che sviluppano sistemi di protezione sono in Occidente, ma ci sono anche i fornitori di servizi come Google o Microsoft che, pur di non perdere appetitosi mercati emergenti - come appunto quello cinese - sono dispostissimi a scendere a compromessi.

Ma se da una parte sono proprio le tecnologie avanzate a venire in aiuto dei «censori» dell'era informatica, come i software per il rilevamento di parole-chiave sensibili o i «denial of service attacks», che bombardano il sito di richieste di accesso rendendolo inaccessibile, dall'altra gli internauti non stanno certo a guardare. E rispondono con le stesse sofisticate armi. Ma come si possono eludere i tecnologici «cani da guardia» sguinzagliati a controllo della rete? Danny OBrien, coordinatore del gruppo di pressione «Elettronic Frontier Foundation» si affida ad esempio ad una connessione criptata attraverso una rete di server privati: «(Quando navigo) il mio segnale viene casualmente reindirizzato da un computer a un altro - afferma - così per esempio Google mi può apparire in svedese o in qualche altra lingua, a seconda della macchina da cui ci arrivo». A mali estremi estremi rimedi, insomma, con l'unica l'accortezza di non lasciare troppe tracce digitali in rete.




Crescono le versioni in parlata locale dell'enciclopedia on line creata dagli utenti E lingue considerate in via d'estinzione vivono una seconda giovinezza

"Ommi! Ma io non so leggere". "Nessun problema, non è mai troppo tardi".
Non è un dialogo degli anni '60 riferito alla celebre trasmissione del maestro Alberto Manzi, che dagli schermi televisivi sottrasse all'analfabetismo moltissime persone. È un estratto della versione in piemontese di Wikipedia, l'enciclopedia on line realizzata direttamente dagli utenti: il dialetto sta tornando di moda e chi non lo capisce deve adattarsi e consultare una sezione con le spiegazioni di base. E non è un'eccezione: il sito, lanciato in inglese nel 2001, ha almeno dieci varianti in varie parlate locali italiane.

Grazie anche alla Rete, il dialetto sta vivendo una seconda giovinezza. Il profilo tipico degli utenti, inoltre, fa presumere che le versioni dialettali di Wikipedia non siano originali iniziative di qualche vecchietto nostalgico, ma siano soprattutto l'opera di ragazzi che hanno deciso di rispolverare la lingua dei propri nonni per farne un veicolo di trasmissione del sapere.

I primi esperimenti sono partiti nel 2004. Anche se raggiungere l'enciclopedia in italiano, che può contare su 274mila voci e quasi 150mila utenti, appare impossibile, i numeri sono già di tutto rispetto e sono destinati a crescere. Complessivamente, alle pagine in dialetto hanno lavorato oltre 2mila persone, che hanno inserito quasi 50mila voci.
A guidare la graduatoria è il lumbaart, con 15.949 voci, seguito dal nnapulitano con 12.390 e dal sicilianu con 8.774. Più distanziati il piemontèis (4.485), il vèneto (3.796), il furlan (1.821), il ligure (1.548), il sardu (204), l'emigliàn-rumagnòl (198) e il tarandine (30).

Si tratta di un'operazione senza precedenti. Se nel corso dei secoli di dizionari di dialetto ne sono stati scritti tanti, l'idea di realizzare un'intera enciclopedia è nuova. In questo caso non si propone infatti una traduzione in italiano dei termini dialettali, ma si spiega in lumbaart chi è "Lisander Manzon" (Alessandro Manzoni), in sicilianu cos'è una "pillicula" (film) o in nnapuletano cos'è "a fiseca" (la fisica).

Il risultato è sin dall'inizio decisamente sorprendente, soprattutto per chi è sempre stato spinto a migliorare il proprio italiano e a non considerare importante il dialetto. Tutte le homepage, costruite seguendo il modello standard di Wikipedia, si aprono con il tradizionale saluto ai visitatori; ma mentre un "Benvenuti su Wikipedia!" può lasciare quasi indifferenti, non si può non sorridere di fronte a un "Benvegnùo in-sciâ Wikipedia Ligure!", a un "Bene bènnidu a sa Bichipedia Sarda!" o a un "A si 'rivet in tla premma pagina ad Wikipedia, la premma enciclopedia che tot i po' cambi!" in emigliàn-rumagnòl.

Queste versioni di Wikipedia sono un esempio della forza di lingue che in passato erano state spesso considerate in via di estinzione. "Dai dati Istat, emerge che in molte zone il dialetto resiste e che, da quando la conoscenza dell'italiano è diffusa, la vergogna di dichiararsi dialettofoni sta scomparendo - spiega Bruna Badini, docente di dialettologia italiana all'Università di Bologna - Nei siti dove gli utenti comunicano tra loro, è possibile un uso libero del dialetto che può anche portare all'innovazione tipica delle lingue vitali".

Il fenomeno, comunque, non è un'esclusiva del nostro paese. Ci sono ben 250 versioni di Wikipedia: si va da quella in inglese, composta da un milione e 686mila voci, fino a quella in Choctaw, la lingua di alcuni nativi americani degli Stati Uniti meridionali, che ha solamente due voci. In passato qualche appassionato di Star Trek aveva anche provato a costruirne una in Klingon, la parlata degli omonimi extraterrestri della fortunata serie televisiva. Il progetto, però, non fu approvato: l'enciclopedia on line non discrimina la lingua di nessuno, ma non accetta quelle inventate.









E’ sempre più facile creare la tua stazione radio online e trasmettere in tempo reale musica, pensieri e discussioni. Fino a poco tempo fa’ avresti dovuto affrontare spese non indifferenti in apparecchiature e in licenze musicali. Inoltre, saresti stato sempre sotto la continua minaccia da parte delle autorità in grado di bloccare le trasmissioni della tua radio pirata.

Ora la situazione è cambiata. Puoi creare una tua radio e raggiungere un’audience estremamente vasta unendoti ad un network con licenze musicali prepagate, oppure puoi decidere di trasmettere la tua musica online o quella di altri sotto licenza Creative Commons.

Mentre le trasmissioni radio tradizionali raggiungono solo i luoghi coperti dalle onde radio, la tua web radio di nicchia è in grado di raggiungere persone in tutto il mondo. L’unico limite alla sua popolarità è la qualità dei tuoi contenuti. Ma come fai a trasmettere tutti i tuoi contenuti su Internet?

In questa mini-guida ti accompagnerò attraverso varie opzioni disponibili, incluse:

  • Applicazioni desktop che ti permetteranno di trasmettere dalla tua camera da letto o dal tuo ufficio
  • Networks esistenti che ti leveranno il pensiero delle licenze musicali, proteggendoti da eventuali violazioni del diritto d’autore
  • Soluzioni peer-to-peer che ripartiranno fra i tuoi ascoltatori la banda necessaria per trasmettere


Inoltre, ti fornirò i link ad alcune fonti incredibili per trovare materiale libero da copyright; ciò sarà utile per coloro che desiderano trasmettere musica senza preoccuparsi di royalties da pagare o di licenze da acquistare dalle major discografiche.

Online radio networks

I seguenti networks forniscono l’infrastruttura necessaria per trasmettere i tuoi contenuti e coprono anche le spese per le licenze musicali per riprodurre materiale protetto da copyright.

Uno dei principali vantaggi nel creare la tua stazione radio attraverso questi networks sta nella possibilità di utilizzare le loro tecnologie di streaming, piuttosto che dover fare affidamento solo sulla tua banda.



  • Live 365

    live365.gif

    http://www.live365.com/broadcast/

    Live365 è un network di oltre 10.000 stazioni radio online di libero ascolto. Chi trasmette paga un cifra fissa mensile per l’hosting dei propri file mp3 e l’utilizzo dell’infrastruttura di Live365, che include le seguenti funzionalità:

    • Capacità di trasmettere in diretta: Si (escluso account base)
    • Capacità di trasmettere materiale registrato: Si
    • Inserire un player nel tuo sito: Si, negli account pro
    • Directory di stazioni radio online: Si
    • Licenze musicali: Si, tutti i dettagli nel sito web di Live365.
    • Monetizzazione: Si. Il programma di remunerazione prevede per i broadcasters una porzione dei ricavi derivanti dalle iscrizioni degli utenti ad un programma di membership. Gli account professionali possono aggiungere annunci pubblicitari alle loro trasmissioni e tenere il 100% dei ricavi.
    • Prezzo: I prezzi variano da 9,95 dollari al mese per un account base, ad 84,95 dollari al mese per quelli con caratteristiche avanzate. Una lista dettagliata dei piani tariffari è disponibile sul sito di Live365.


  • Mercora

    mercoralogo.jpg

    http://www.mercora.com

    Mercora è uno strumento davvero interessante per trasmettere online. I DJ e tutti gli utenti possono sintonizzarsi sulla musica presa dall’hard disk di qualcun’altro attraverso la tecnologia peer to peer. In ogni momento, cinque files della collezione mp3 dell’utente possono essere ascoltati da tutti. I DJ, inoltre, hanno la possibilità di creare delle playlist.

    Mercora non rappresenta la soluzione migliore per coloro che hanno il desiderio impellente di parlare alla radio ed annunciare il “prossimo disco”, ma è una soluzione semplice per condividere la tua musica su Internet. Robin Good ha recensito di recente questo servizio. Le funzionalità includono:

    • Capacità di trasmettere in diretta: Sì (solo tracce mp3)
    • Capacità di trasmettere materiale registrato: Si
    • Inserire un player nel tuo sito: No, ma ha un client IM
    • Directory di stazioni radio online: Si
    • Licenze musicali: Si
    • Monetizzazione: No
    • Prezzo: Mercora è d’uso gratuito


  • Talkshoe

    talkshoe.jpg

    http://www.talkshoe.com

    Se vuoi tralasciare la musica e lanciare la tua talk radio, Talkshoe è un’ottima piattaforma online. Talkshoe ti permette di creare il tuo talk show, utilizzando un telefono o un client VoIP, ed invitare gli ascoltatori ad unirsi alla trasmissione. Con la capacità di controllare e moderare i tuoi ascoltatori, e con una chat testuale che accompagna le discussioni, Talkshoe ha tutto quello che ti serve per trasmettere comodamente seduto nel tuo salotto. Le funzionalità includono:

    • Capacità di trasmettere in diretta: Si
    • Capacità di trasmettere materiale registrato: Si – tutti gli shows possono essere registrati, e gli utenti possono scaricare o ascoltare l’archivio dei tuoi shows
    • Inserire un player nel tuo sito: No
    • Directory di stazioni radio online: Si
    • Licenze musicali: No
    • Monetizzazione: Si, come host nel programma di hosting Talkshoe puoi guadagnare dalle puntate del tuo show
    • Prezzo: Talkshoe è attualmente di uso gratuito
Streaming diretto
  • SHOUTcast

    shoutcast.jpg

    http://www.shoutcast.com/

    Per coloro che hanno maggior pazienza, è possibile creare una semplice soluzione di streaming musicale utilizzando la piattaforma gratuita SHOUTcast. Non è la strada più semplice per costruire la tua stazione radio online, ma se segui le istruzioni presenti sul forum di aiuto di SHOUTcast, puoi creare e mettere in funzione la tua stazione. Le funzionalità incluse sono:

    • La capacità di inserire la tua stazione in una directory fra le migliaia presenti su SHOUTcast.com
    • Streaming della tua playlist nel popolare Winamp media player
    • La capacità di scegliere il bitrate al quale trasmettere
    • Prezzo: Gratis
    • Piattaforma: Solo Windows

Soluzioni peer-to-peer

Le soluzioni peer-to-peer risolvono il problema dell’ampiezza di banda ripartendo i dati fra gli ascoltatori della tua stazione, dato che tutti trasmettono e ricevono informazioni contemporaneamente. Ciò ti permette di sfruttare la portata delle soluzioni network e la libertà delle alternative di streaming diretto.

I possibili svantaggi dipendono dalle connessioni Internet che effettivamente trasmettono il tuo show – se c’è un link debole nella catena può influenzare la qualità generale. Inoltre, queste alternative gratuite ed open source richiedono una mole incredibile di know-how tecnico e conoscenze per le impostazioni iniziali. Fortunatamente ci sono ottimi consigli online su come creare la tua soluzione di peer-to-peer broadcasting.



  • Peercast

    peeercast.jpg

    http://www.peercast.org/

    Peercast è una soluzione di broadcasting peer-to-peer che facilita la condivisione online delle trasmissioni radiofoniche senza utilizzare tutta la tua banda. PeerCast offre notevoli risparmi ai broadcasters perchè non hanno bisogno di fornire tutta la banda necessaria agli ascoltatori. Basta un modem a 56k per trasmettere una stazione radio verso l’intera rete. Le funzionalità includono:

    • L’offerta dell’anonimato per i broadcasters perchè non c’è la possibilità di risalire alla fonte originale dello stream; è anche possibile trasmettere verso un client in una nazione differente che diviene la fonte per l’intera rete
    • PeerCast fornisce anche stream direttamente verso ogni media player. Ciò significa che può essere utilizzato al posto dei servers di Shoutcast/Icecast per fornire al contempo uno streaming diretto e P2P
    • Funziona in maniera simile agli altri client P2P di file-sharing eccetto il fatto che al posto di scaricare file, gli utenti scaricano flussi. Questi flussi vengono quindi scambiati in tempo reale con altri utenti. Nessun dato viene salvato localmente o su qualsiasi macchina connessa alla rete
    • Supporta i formati MP3, OGG Theora, Vorbis, WMA, WMV e NSV
    • Prezzo: Completamente gratis
    • Piattaforme: Windows, Linux, Mac OSX


  • Icecast

    icecast.jpg

    http://www.icecast.org/

    Icecast.org è un’altra soluzione di broadcasting peer-to-peer che utilizza fondamentalmente lo stesso approccio di Peercast nella distribuzione del tuo flusso di contenuti. Puoi trasmettere da una connessione Internet relativamente lenta e raggiungere comunque una buona audience. Se hai il tempo e la pazienza di impostare Icecast, si dimostrerà una piattaforma potente che include le seguenti funzionalità:

    • Compatibilità con la piattaforma SHOUTcast
    • La capacità di leggere dati audio dal disco, come file in formato Ogg Vorbis, o campionare audio in diretta dalla tua scheda audio e codificarlo al volo
    • Supporto per i media players ed i software per DJ
    • Piattaforme: Linux, Windows
    • Prezzo: Completamente gratis





Trasmettere materiale libero da copyright

Le seguenti risorse ti forniscono un modo eccezionale di reperire musica nuova per il tuo show, evitandoti al contempo la necessità di comprare delle licenze. I contenuti disponibili sono sottoposti a licenze Creative Commons. Puoi trovare maggiori informazioni sulle varie licenze Creative Commons sul sito web ufficiale.

creativecommonslogo.jpg



  • Il sito web Creative Commons dispone di una funzionalità di ricerca cross-media che ti permette di effettuare le ricerche per tipo di file. Questo è un ottimo modo per trovare del contenuto audio da trasmettere
  • Internet Archive ha un’enorme collezione di audio di pubblico dominio e sotto licenza Creative Commons, incluso l’eccellente Net Labels, che fornisce una grande quantità di album da etichette discografiche virtuali
  • Legal Torrents ha una grande selezione di musica che puoi scaricare ed utilizzare legalmente
  • In Musopen dei volontari forniscono registrazioni di musica classica sotto pubblico dominio
  • CCMixter è una community remix creative commons con centinaia di lavori musicali remixabili
  • Il progetto Freesound è un’eccellente fonte di effetti sonori sotto licenza Creative Commons, che puoi utilizzare nelle tue trasmissioni
  • Common Content è un’ottima fonte per media sotto licenza Creative Commons, che dispone di un’ampia sezione audio





Risorse addizionali

Se vuoi saperne di più su come creare la tua stazione radio online, ti torneranno sicuramente utili i seguenti link:

Himalaya, Khajjiar, Our old friend in make-up, India
In un mercato che esporta il 75% mondiale dei servizi IT, e ogni anno sforna il doppio degli ingegneri statunitensi, convivono sacche di povertà, malnutrizione ed eccellenza del software

Dopo la Cina è la volta dell'India. Fra accordi economici milionari e sospettose relazioni internazionali a causa della crisi nucleare del vicino Iran, si giocano i rapporti con quello che secondo molti sarà il prossimo colosso con il quale l'Occidente dovrà fare i conti.

Il mercato indiano nell'ultimo periodo è stato protagonista di uno sviluppo molto simile a quello cinese, ma si mostra più accessibile alle imprese straniere sotto svariati aspetti. A segnare le prime differenze con la confinante repubblica popolare, ci sono un grandissimo bacino di consumatori domestici, una diffusa padronanza dell'inglese e una rete di imprenditori coi quali dialogare senza invadenti ingerenze statali. Vantaggi che si sommano alla grande quantità di forza lavoro qualificata e ai regimi fiscali agevolati in vigore.

In un paese dove la paga media mensile per un operaio specializzato è di 141 euro, per un dirigente di 566, e dove l'elettricità costa al massimo 0,067 euro per kWh (fonte: Assocamerestero ), sono già numerose le aziende occidentali ad aver stanziato considerevoli investimenti: IBM, Intel, Microsoft, Google, Fiat, Piaggio, Nokia... Mentre i duemila incontri promossi dal Governo italiano nelle scorse settimane con l'intento di triplicare gli investimenti in loco, sono un preciso segnale anche degli interessi nostrani.

A trainare questo quadro di sviluppo si colloca un settore locale dell'ICT in enorme crescita. Quasi 10 miliardi di dollari è il valore annuo delle esportazioni di software indiano, mentre il numero delle imprese ICT segna dal 2000 al 2006 un incremento pari all'85%.

Con queste cifre c'è da chiedersi se l'India non stia diventando una nuova Silicon Valley. In realtà lo è già diventata. Ad oggi nella città indiana di Bangalore lavorano circa 150.000 ingegneri IT, mentre nella Valley californiana ne lavorano circa 120.000 (ma con un salario otto volte superiore). Oltre un terzo del lavoro di sviluppo software delle multinazionali statunitensi, infatti, viene svolto proprio in India. Qui - e questo spiega molte cose - la protezione dei brevetti e della proprietà intellettuale raggiunge livelli simili a quelli occidentali ed è decisamente più rigida rispetto a quanto accade in Cina.

Bassi costi ma non solo. Nonostante il prezzo irrisorio, la qualità della manodopera qualificata si rivela notevolmente superiore a quella di Cina, Messico, Brasile ed anche USA, poco sotto la Germania. E le università indiane sfornano annualmente quasi il doppio degli ingegneri rispetto agli Stati Uniti, una quota largamente superiore anche a quella del colosso cinese. Una vera manna in un periodo di crisi internazionale delle "vocazioni ingegneristiche".

Ma in questo interessante scenario l'Italia come si colloca? Dopo l'atteggiamento attendista degli ultimi anni c'è stata una forte ripresa delle relazioni commerciali e culturali. Il Ministro Emma Bonino ha definito l'India un "obiettivo prioritario" per le imprese italiane. È di questi giorni, inoltre, l'annuncio dello stanziamento di un milione e mezzo di euro da parte del Ministro per l'Università a favore dei rapporti universitari tra India ed Italia (con un bando che scade lunedì prossimo). Quest'anno poi, l'Italia sarà la nazione ospitante dell'evento Destination India, mentre l'università di Palermo è stata scelta tra i cinque centri di eccellenza nazionali per l'insegnamento del design "made in Italy" a studenti indiani.

Ma dietro a questo impressionante sviluppo economico e tecnologico che tanto attrae il nostro ricco Occidente, l'India nasconde profonde contraddizioni. Con una popolazione giovane e superiore al miliardo di individui, una persona su quattro è denutrita, solo l'1.3 per cento della popolazione possiede un PC, e mentre vigono ancora discreti vincoli per alcuni settori del mercato, una parte considerevole della popolazione vive tuttora in stato di povertà.

Le condizioni delle infrastrutture, inoltre, risultano attualmente abbastanza carenti in tutto il paese, mentre la situazione sanitaria costituisce probabilmente l'allarme più immediato: ogni anno, 77mila donne muoiono solo per complicanze dovute al parto.

Le due facce - una brillante, l'altra oscura - della stessa attraente medaglia orientale, che nei prossimi anni dovremo imparare a guardare con sempre maggiore interesse.

The Oriental Pearl TV Tower, Shanghai, China Photographic Print di Dorian Weber
Un giudice di Pace ha deciso che inseguire con solleciti un non-abbonato che non vuole abbonarsi non è cosa buona né giusta. Riconosciute le pressioni indebite di quelle minacciose missive

Sono molti i cittadini italiani che ricevono periodicamente un'ormai celebre lettera della RAI con cui si avverte che il canone radiotv non è stato pagato e si spiega che, in caso non venga saldato, si potrà essere sottoposti a controlli dell'amministrazione tributaria. Lettere che un contribuente ha ritenuto minacciose e che si sono ripetute a distanza di anni, causandogli un danno di tempo e di denaro, al punto da spingerlo a denunciare la RAI dinanzi al Giudice di Pace di Varese. E la RAI è stata condannata.

Nella sentenza, pubblicata in PDF da ADUC e già disponibile sul sito IlCaso.it, si prende atto del fatto che dopo ciascuna missiva RAI, inviata al ricorrente nel 2002, 2003 e ancora nel 2005, il destinatario si è preso la briga di rispondere con una raccomandata per spiegare i motivi per i quali non era tenuto al pagamento del canone.

Ma non è tutto qui. La sentenza stigmatizza i toni della lettera RAI, in particolare nei passaggi in cui afferma: nel caso lei non fornisca indicazioni che ci consentano di regolarizzare la sua posizione, l'Amministrazione Finanziaria procederà ai necessari controlli. Frase seguita dall'attestazione che l'accertamento sarà a suo carico.

Un linguaggio che secondo il giudice va al di là delle competenze RAI e si configura come una "pressione ingiustificata" oltreché come una "condotta illegittima". Il che ha fatto pendere il giudizio a favore del ricorrente.

Secondo ADUC "coloro che hanno risposto più di una volta alle richieste/minacce della RAI segnalando di non essere in possesso di un televisore, potranno richiedere un risarcimento del danno alla RAI con lettera di messa in mora. Se la RAI non risarcirà il danno, si potrà adire il Giudice di Pace della propria città per ottenere i danni". Nel caso di Varese il risarcimento è stato fissato in 50 euro (spese legali a carico di RAI, ossia di chi paga il canone).

ADUC ha anche approntato un servizio di consulenza gratuita online per i cittadini che intendano tutelarsi.

Tiananmen Square - BW Poster

I gestori del portale consegnarono alla polizia di Pechino le e-mail di Wang Xiaoning, ora in carcere da cinque anni. Fa causa la moglie del dissidente cinese

Una svolta inattesa rilancia l'attenzione sul più famigerato caso di collaborazionismo tra una multinazionale americana e la censura cinese: la delazione di Yahoo, che cinque anni fa fece arrestare un dissidente cinese, Wang Xiaoning, consegnando le sue email alla polizia di Pechino. Oggi la vicenda si riapre grazie alla coraggiosa iniziativa della moglie di Wang. La 55enne Yu Ling ha deciso di attaccare Yahoo in casa sua, davanti alla giustizia americana, chiedendo i danni per la detenzione del marito.

Yu Ling è arrivata a Washington grazie all'aiuto di un'organizzazione per la difesa dei diritti umani (China Information Center), fondata da un altro celebre dissidente, Harry Wu, che fu prigioniero per vent'anni nei gulag cinesi prima di ottenere asilo politico negli Stati Uniti. Gli avvocati pagati dall'associazione umanitaria cercheranno di ottenere una condanna della Yahoo anche a scopo esemplare: altri big americani di Internet, da Microsoft a Google, sono accusati di autocensurarsi pur di fare affari in Cina, applicando sistematicamente le regole repressive del regime di Pechino.

In caso di vittoria in giudizio contro la Yahoo, inoltre, i fondi di un eventuale indennizzo servirebbero a finanziare la difesa legale di Wang Xiaoning, che a 57 anni deve scontarne altri cinque in carcere. Wang è rinchiuso nel penitenziario numero 2 di Pechino, in una cella con altri nove detenuti. La moglie ha il permesso di visitarlo solo due volte al mese per un colloquio di mezz'ora, attraverso un interfono separato da un vetro e alla presenza costante di poliziotti.

L'odissea di Wang ebbe inizio nel 2002 a Pechino quando la polizia fece irruzione in casa sua, sequestrò i suoi computer, lo arrestò e minacciò la moglie e il figlio perché non parlassero con la stampa. Un anno dopo il suo processo si concluse con la condanna a dieci anni per sovversione. Il capo d'imputazione: Wang aveva diffuso per email degli articoli inneggianti alla democrazia.

Nel 2004 l'associazione per i diritti civili Human Rights in China riuscì a procurarsi gli atti del processo: dalle carte dell'accusa risultava il ruolo decisivo di Yahoo, che aveva fornito alla polizia politica cinese le email incriminate. La notizia della delazione fece scalpore in Occidente e soprattutto negli Stati Uniti, dove la Yahoo, che ha sede a Sunnyvale nella Silicon Valley californiana, ha sempre curato un'immagine libertaria in conformità con l'atmosfera della West Coast e il mondo della New Economy.

I vertici di Yahoo si sono difesi sostenendo di non sapere nulla della vicenda cinese. Si sono trincerati dietro la competenza territoriale esclusiva della loro filiale di Hong Kong, a cui fanno capo le attività in tutta la Cina. E hanno spiegato la collaborazione con la polizia sulla base del dovere di rispettare le leggi locali nei paesi esteri in cui operano. Quest'ultimo sarà probabilmente l'argomento forte della loro difesa, il giorno in cui dovranno affrontare la signora Yu Ling davanti a un tribunale americano. In effetti è molto raro che una multinazionale americana venga perseguita in patria, per aver ottemperato all'estero alle leggi locali.

Tuttavia c'è una falla nella difesa di Yahoo: la sua filiale di Hong Kong non è tenuta a rispettare le leggi della Repubblica popolare cinese bensì quelle dell'isola, che anche dopo la riunificazione del 1997 è rimasta una regione a statuto autonomo. A Hong Kong non esiste censura e tutti i mass media, dai giornali a Internet, godono della massima libertà. Negli Stati Uniti in ogni caso il danno d'immagine per Yahoo è già stato consistente. La sua delazione è stata discussa al Congresso di Washington l'anno scorso, e alcuni parlamentari l'hanno paragonata al comportamento delle imprese che si macchiarono di collaborazione con il nazismo.




L'annuncio era atteso da tempo ed è arrivato: molte le novità che faciliteranno anche l'adozione internazionale delle licenze simbolo del movimento copyleft. Rigettate le proposte per una tolleranza anche solo parziale del DRM

Come previsto sono state formalmente annunciate le nuove licenze Creative Commons, che giungono così alla versione 3.0, un aggiornamento che porta con sé alcune novità sostanziali e che conferma, dopo un lungo dibattito in seno alla comunità CC, l'incompatibilità delle licenze con il DRM.

Simbolo stesso del copyleft, del nuovo concetto di diritto d'autore che trova in rete le sue applicazioni più interessanti e che adegua il controverso concetto di "proprietà intellettuale" alle nuove esigenze dell'era dell'informazione, le CC 3.0 si propongono come uno strumento se possibile ancora più internazionale.

Tra le novità più significative delle 3.0, infatti, c'è la suddivisione delle licenze generiche di base: da un lato quelle americane, già operative, dall'altro quelle "generiche", ora definite unported, in quanto non ancora "localizzate" sulla base degli ordinamenti dei diversi paesi. Una novità che dovrebbe consentire un più facile porting dell'infrastruttura delle nuove licenze negli altri ordinamenti. Se sono nate negli USA, infatti, le CC fino ad oggi sono ormai state implementate in una 30ina di diversi paesi, tra cui l'Italia, con un complicato procedimento di ricezione nei singoli ordinamenti che ora si ripeterà ma che dovrebbe risultare meno ostico alle folte comunità CC locali.

"Il nuovo set di licenze - spiegano i promotori di CreativeCommons.org - si basa sui principi della Convenzione di Berna per la protezione delle opere Letterarie ed Artistiche, sulla Convenzione di Roma del 1961, sul trattato sul copyright dell'Organizzazione mondiale del commercio del 1996, sul trattato sulle Rappresentazioni e i Fonogrammi dell'Organizzazione sempre del 1996 e sulla Convenzione universale sul Copyright". Ma sono loro stessi ad avvertire che, poiché le singole convenzioni internazionali vengono recepite con differenze dai diversi paesi che le adottano, l'utilizzo dei principi generali che queste prevedono "non è in sé sufficiente" a garantire la disponibilità delle CC nei diversi paesi. Per questo una clausola delle CC 3.0 prevede che la licenza sia efficace nei limiti previsti dalle implementazioni di questi trattati dalle diverse leggi nazionali.

Un altro aspetto decisivo per la diffusione delle CC, contenuto nella nuova stesura, è la maggiore attenzione che queste devono prestare alle questioni legate ai diritti morali e alle società di raccolta dei diritti (in Italia la SIAE). Un aspetto definito, appunto, "moral rights harmonization", spiegato nel dettaglio (in inglese) a questo indirizzo.

C'è poi maggiore chiarezza sul rapporto tra autore e utilizzatore dell'opera: si è infatti lavorato per impedire che vi possa essere un'errata attribuzione o una implicita relazione o associazione tra le due parti (chi realizza l'opera e chi, nei limiti delle CC, decide di farne uso). "Abbiamo deciso - spiegano gli sviluppatori delle CC - di rendere questo rapporto esplicito sia nel Legal Code che nel Commons Deed, per garantire che, mano a mano che le licenze continuano a crescere e ad attrarre un gran numero di autori e aziende, non ci sia confusione sulla materia".

Più chiara anche la questione del riutilizzo e manipolazione dell'opera: l'adozione di una "Creative Commons Compatible License" sulle opere emerse da una manipolazione (prevista da una specifica licenza CC) consentirà più facilmente di sottoporre anche queste ultime a CC nello spirito della "flessibilità" da sempre coltivata dalle Creative Commons.

Sul fronte DRM, come accennato, "nell'ambito delle discussioni con Debian era stato proposto di consentire il rilascio di certe opere con DRM in CC in determinate condizioni, un'ipotesi nota come parallel distribution language, ma questo concetto non è stato incluso nella versione 3.0 delle licenze CC".

Per l'Italia, dove al momento è possibile utilizzare le CC versione 2.5, il sito di riferimento è CreativeCommons.it.


Per tutti, però, internet è il media di futuro. Il mezzo più importante - e influente - del mondo, in grado di rimodellare il nostro approccio alla comunicazione. Ma chi è invece, che modella la rete? Pcworld.com, uno dei più importanti magazine on line della rete, ha stilato una classifica che forse potrà aiutare a trovare questa risposta. Scopriamo così che in testa alla top 50 dei più influenti del web ci sono non una, ma tre persone. Sono Eric Schmidt, Larry Page e Sergey Brin, i presidenti esecutivi di Google.

Che fosse loro il primato era piuttosto prevedibile: "Quando il prezzo delle azioni della tua azienda raggiunge un massimo di 500 dollari e gestisci il motore di ricerca più trafficato di internet, puoi permetterti qualsiasi cosa - commentano i giornalisti di Pc World - Adesso, dopo aver conquistato il mercato della pubblicità on line e avere acquisito youtube, si preparano a completare il dominio del web".

Al secondo posto, altrettanto previdibilmente, Steve Jobs. Il carismatico ceo dell'Apple, dice Pc World, "può piacere e non piacere, e senza dubbio non ne potete più del clamore mediatico che circonda ogni sua mossa. Ma dopo che il suo appello per l'abolizione dei Drm ha fatto il giro del mondo, non si può certo ignorare il suo potere di influenza sul web. Jobs ha reso popolari i download legali di musica e di film, e si appresta, con l'iPhone, a far arrivare internet nelle tasche della gente".

Seguono Bram Cohen, creatore di BitTorrent, e Mike Morhaime, presidente della Blizzard Entertainment, che ha portato sulla rete a giocare a World of Worldcraft più gente di quanta ne abiti in Irlanda. Al quinto posto Jimmy Wales, un nome che ai più, probabilmente, non dirà molto. Ma è l'inventore di Wikipedia: per molti la nuova Enciclopedia Britannica della rete. Basti sapere, per intuirne l'importanza, che dal 2004, negli Stati Uniti, è stata citata come fonte in più di 100 processi.

Trovano spazio, nella top 50, anche Craig Newmark (al settimo posto), il fondatore del sito Craiglist, che per primo mostrò le potenzialità pubblicitarie di internet. Decima posizione per Chad Hurley e Steve Chen, i fondatori di YouTube, mentre Niklas Zennstrom e Janus Friis, gli inventori di Kazaa e di Skype, il servizio telefonico VoIP, sono al quindicesimo posto. Tre posizioni più indietro Jon Lech Johansen, meglio noto come DVD-Jon, primo europeo della classifica. Hacker norvegese, è diventato famoso per essere riuscito a decrittare il film in dvd. Un'attività non proprio legale, certo. Ma internet è fatta anche di questo.

Subito dopo Jerry Yang e David Filo, presidenti e fondatori di Yahoo, l'alternativa a Google. Il fondatore di Amazon, il più grande negozio on-line, è ventiquattresimo, mentre due posizioni dopo troviamo Lawrence Lessig, l'avvocato che, con l'invenzione della licenza Creative Commons, ha adattato il concetto di copyright alla filosofia opensource. Al quarantesimo posto troviamo Mike Shroepfer, il vicepresidente di Mozilla, il browser che ha sfidato - e messo in discussione - il monopolio di Internet Explorer. Curiosamente, Tim Berners Lee, l'uomo che ha inventato il World Wide Web, è solo quarantaseiesimo.
Ma non è l'unica sorpresa. Bill Gates, il fondatore del colosso Microsoft, non è nemmeno in classifica.

Trovare un accesso ad Internet a banda larga anche lontano da casa è diventata una necessità per molte persone. Fortunatamente, il numero degli hotspots WiFi che offrono un accesso aperto (e qualche volta gratuito) ad Internet è in costante aumento.

wifi_zone.jpg

Questi hotspots WiFi sono identificabili grazie a strumenti (web-based o appositi software) chiamati WiFi hotspot locators, che permettono agli utenti di scoprire la locazione geografica esatta di tutti gli hotspots WiFi esistenti.

Gli WiFi hotspot locators e gli hotspots WiFi possono essere sia a pagamento che gratuiti:

  1. Gli hotspots commerciali richiedono agli utenti di autenticarsi e di acquistare l’accesso ad Internet via carta di credito o un altro sistema di pagamento come PayPal; questi hotspots di solito si trovano negli aeroporti e negli hotels.
  2. Gli hotspots gratuiti sono network pubblici aperti e non necessitano di nessuna autenticazione. In questo caso, i provider di hotspots gratuiti hanno lo svantaggio di non sapere chi si connette al router; questi hotspots sono spesso disponibili in parchi e luoghi pubblici.

Oggi, tutti i laptops, i notebooks ed i PDA sono in grado di connettersi WiFi in maniera automatica rilevando gli hotspots WiFi vicini a loro, ma il problema che rimane è quello di sapere dove sono esattamente questi hotspots senza dover perdere tempo nella ricerca.

Un altro tipo di WiFi hotspot locator è un’unità hardware portatile in grado di catturare il segnale anche quando guidi e rilevare access points nella zona circostante.

Inoltre, puoi utilizzare delle directory di ricerca online che ti aiutano a scoprire hotspots WiFi in tutto il mondo. Questi motori di ricerca di nicchia spesso presentano i risultati in una mappa visuale che ti mostra il luogo preciso dove puoi connetterti.

Chiunque desideri connettersi WiFI, oltre agli WiFi hotspot locators, può decidere di unirsi ad una community di WiFi sharing attraverso la quale puoi condividere connessione broadband WiFi. Questo fenomeno è in costante ascesa e rappresenta ormai un trend nella rivoluzione dei New Media.

In questa miniguida agli WiFi HotSpot Locators e alle community di WiFi sharing ho raccolto per te le migliori risorse e le ho classificate in base ai seguenti criteri:

  • Nazione specifica/In tutto il mondo: La capacità di ricerca degli hotspots è in tutto il mondo o solo all’interno di una specifica nazione

  • Download: L’utente ha bisogno di scaricare qualcosa per localizzare gli hotspots

  • Mappe visuali: Il servizio fornisce mappe (per esempio GoogleMaps) per visualizzare gli hospots

  • Possibilità di votazione e recensione: Gli utenti WiFi possono votare e recensire gli hotspots

  • Community: Il servizio WiFi permette l’interazione e la condivisione delle informazioni tra gli utenti

  • Supporto per la telefonia mobile: Se il servizio è accessibile via cellulari o dispositivi mobili

  • Registrazione: Se gli utenti hanno bisogno di registrarsi per ricercare gli hotspot WiFi

  • Possibilità di segnalazione degli hotspots: Se gli utenti possono segnalare la presenza di nuovi hotspots WiFi

  • Prezzo: Se il servizio è gratis o no
Perfavore nota che questa è una presentazione iniziale di WiFi hotspot locators e non pretende di essere una risorsa definitiva. Se sei un vero esperto del settore e desideri inviarci suggerimenti ed indicazioni, riusciremo insieme a te a mantenere aggiornata questa mini-guida.

WiFi Hotspots Locators



MSN WiFi Hotspots

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  • Nazione specifica/In tutto il mondo: In tutto il mondo

  • Download: NO

  • Mappe visuali: SI

  • Possibilità di votazione e recensione: NO

  • Community: NO

  • Supporto per la telefonia mobile: NO

  • Registrazione: NO

  • Possibilità di segnalazione degli hotspots: NO

  • Prezzo: Gratis

  • Link: http://hotspot.live.com

MSN WiFi Hotspots è un servizio web-based fornito da Microsoft che permette agli utenti di cercare WiFi hotspots gratis o a pagamento in 98 nazioni. Questo hotspot locator facilita la ricerca degli utenti grazie ad una mappa visuale basata sulla tecnologia Virtual Earth. Il servizio è completamente gratis.


Hotspotr

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  • Nazione specifica/In tutto il mondo: Solo negli Stati Uniti

  • Download: NO

  • Mappe visuali: SI

  • Possibilità di votazione e recensione: SI

  • Community: SI

  • Supporto per la telefonia mobile: SI

  • Registrazione: NO

  • Possibilità di segnalazione degli hotspots: SI

  • Prezzo: Gratis

  • Link: http://hotspotr.com/wifi

Hotspotr è una directory gestita da una community che contiene una lista di tutti i café degli Stati Uniti che offrono una connessione ad Internet wireless gratis. Sono gli utenti a mantenere le informazioni accurate ed a scrivere le recensioni. Gli utenti possono ricercare hotspots gratuiti senza bisogno di registrazione e ciascuno può inserire un nuovo hotspot o modificarne la descrizione. Gratis da usare.



WiFinder

wifinder_logo.gif

  • Nazione specifica/In tutto il mondo: In tutto il mondo

  • Download: NO

  • Mappe visuali: NO

  • Possibilità di votazione e recensione: NO

  • Community: NO

  • Supporto per la telefonia mobile: NO

  • Registrazione: NO

  • Possibilità di segnalazione degli hotspots: SI

  • Prezzo: Gratis

  • Link: http://www.wifinder.com

WiFinder è una directory online con più di 120.000 ricerche mensili di hotpspots in tutto il mondo. WiFinder collega gli utenti Wifi con i luoghi, i servizi e le attrezzature di cui hanno bisogno. Inoltre il servizio fornisce strumenti di ricerca offline e permette agli utenti di iscriversi ai risultati delle ricerche via feed RSS. Gratis da usare.









State cercando un player mp3 per gestire musica e podcasting?
Finalmente ecco quello che fa tutto ciò che volete.
Multi istanza , playlist personalizzabile e autostart.
I file mp3 possono risiedere anche su un server remoto avendo cura di indicare il percorso completo (es. http://nomeserver/nomecartella/nomefile.mp3)

La playlist è un semplice file xml che oltre all’elenco dei file mp3 permette di settare alcuni parametri:

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Sul sito dell’autore sono disponibili anche un player video e un visualizzatore di jpeg ( aka slideshow).

Per chi invece il player mp3 se lo vuole fare da solo ( strada che ho deciso per il momento di abbandonare ) suggerisco una visita su questo sito dove è possibile leggere un tutorial passo passo ( in realtà sono 12 ) dal titolo abbastanza esplicativo: “Build an mp3 player with Flash MX“.

Se dopo questo non siete ancora soddisfatti potete proseguire con la seconda parte Refining an MP3 player with Flash MX e con la terza The Power of Popular Demand

Critiche a non finire da parte di blogger e webdesigner per il portale che è nato allo scopo di presentare l'Italia a tutto il mondo. Il bersaglio e' il sito costato 45 milioni di euro, finito dopo anni di lavori manco fosse la Salerno-Reggio Calabria e costruito... in violazione della legge Stanca sull'accessibilità dei siti pubblici.
Ed alcuni informatici si stanno organizzando per dimostrare che unendo le forze si può realizzare un prodotto migliore... a costo zero


PRIMA lo hanno bocciato e ora ne stanno costruendo uno nuovo. Ai blogger e webdesigner, italiani e stranieri, non è piaciuto affatto il sito Italia.it, il sito che dovrebbe presentare il Belpaese al mondo, presentato dal presidente del Consiglio, Romano Prodi e dal ministro per i Beni e le Attività Culturali, Francesco Rutelli, alla Bit di Milano.
In tanti si sono sfogati su siti specializzati come Html.it o Marketingroutes.com, ma anche su decine di blog personali.

Critiche su aspetti tecnici e anche contenutistici. E poi polemiche sulla spesa eccessiva e sui tempi di realizzazione del portale. Il progetto, iniziato dall'ex ministro per l'Innovazione e la Tecnologia Lucio Stanca nel marzo del 2004 e portato a termine da Rutelli, è costato fino ad ora 45 milioni di euro, la metà cofinanziati dalle Regioni.

Contro Italia.it si è formata una community piuttosto "rumorosa", che si sta organizzando per realizzare un sito alternativo. Più moderno ed efficiente, ma soprattutto a costi inferiori. Un gruppo sta utilizzando una pagina sullo stile di wikipedia per decidere dove e quando incontrarsi. Un'ipotesi è il 31 marzo all'università Bicocca di Milano, ma il "summit" è ancora in via di organizzazione. Altri blogger hanno aderito al "Progetto David": si sentono un po' Davide contro Golia, l'intelligenza e l'abilità contro la forza economica.

Un clone di Italia.it già esiste e si chiama www.pugia.com/replay/italia_it. Marco, blogger esperto, lo ha fatto in poche ore e a costo zero, subito dopo la messa on line dell'originale. E' solo uno scheletro, per ora, ma segue metodi e regole in uso al momento nel mondo del web. Tutto cambia molto rapidamente in rete.

Ed è proprio questa la critica più pesante che i blogger fanno a Italia.it: è nato già vecchio. Un'impostazione a tabella (già superata dai moderni linguaggi stilistici Css), troppe animazioni e filmati che rallentano il caricamento e bloccano i contenuti. Troppi clic per arrivare alle pagine interne, passaggi inutili che allontanano il sito dai primi posti nei motori di ricerca.

I blogger hanno contestato tutto, dal logo con il "cetriolo" verde (a inventarlo è stata un''agenzia americana), lo stivale senza Sardegna e Sicilia, alla ricetta dei bucatini all'amatriciana dove mancano degli ingredienti. "Chi ha disegnato questo marchio non ci conosce affatto e si vede", scrive Drudo.
"Italia.it è troppo lento, non partirei mai da qui per organizzare la mia gita in Italia", ammette Arund. "Stanno provando a boicottarci?", si chiede Parolemie06.

Alex, Jacopo, Novecento, Johnnie e gli altri non hanno nessuna intenzione di fermarsi contro quelli che chiamano i "matusa digitali". Lo hanno capito anche i responsabili di Italia.it, che dopo poche ore dalla messa on line hanno tolto dal "Chi siamo" il "Per informazioni...".

Due inviti disponibili per provare subito Joost. Vedi come ottenerli sulla barra a destra!
Two invitations avalaible for trying Josts now. See how to obtains them on the rightbar!

Ci hanno proposto il "digitale terrestre", ci hanno venduto la "IpTv" di Microsoft e Telecom, le padellone di Sky. La Rai continua ed esigere il canone, Berlusconi ci inonda di spot.

Monopolio è la parola magica che piace a tutti questi signori.
Joost si basa sul P2P, la condivisione dei contenuti e della banda che sta facendo impazzire provider truffaldini, compagnie discografiche, società abituate a rubare soldi ai clienti.
Gli utenti fanno da soli.
Gli ideatori di Joost (ex Venice Project) sono gli stessi di Kazaa (condivisione degli Mp3 ed altro) e Skype, il sistema che ha rivoluzionato il modo di telefonare nel mondo.
«Bye bye television» è lo slogan del gruppo Joost.

Interfaccia grafica del Venice Project

Joost è arrivato. Ammessi alla prima fase di beta test del software, abbiamo potuto provarlo e ne diamo un giudizio a caldo estremamente positivo. Di lavoro da fare ce n'è ancora molto, la scatola è ancora da riempire, ma l'idea e le peculiarità del servizio non possono che promettere bene. Il duo Friis/Zennstrom potrebbe di nuovo aver fatto un terno al lotto e le possibili interrelazioni con i vari asset del gruppo eBay lasciano presupporre grande valore aggiunto ancora tutto da scoprire.

Joost è una forma ibrida tra la tv e il media informatico: il meglio di entrambe le parti, secondo il team di sviluppo. Al momento la fase di test è chiusa a pochi intimi e l'estensione degli inviti non ha ancora avuto avvio, ma dovrebbe essere ormai solo questione di giorni.

L'installazione richiede il download di una applicazione da poco meno di 10Mb. Una volta installato, il software accende un piccolo schermo "televisivo" sul quale iniziano a scorrere alcune immagini da un canale preselezionato. Nell'immagine successiva l'interfaccia per come si presenta durante una normale riproduzione (togliendo il mouse dalla finestra gli elementi di comando scompaiono lasciando l'immagine pulita senza ulteriori orpelli).

Ad una dimensione della finestra di 800x600 la qualità dell'immagine è assolutamente soddisfacente, mentre una qualità minore è avvertibile a definizioni di schermo maggiori. Anche la qualità audio dello streaming è assolutamente qualitativa. I programmi sono interrotti da sporadiche e brevissime pubblicità.

Non è facile immaginare quali saranno gli sviluppi della piattaforma in quanto al momento la molteplicità delle fonti non è tale da delineare esattamente le performance della struttura P2P ideata e le capacità dell'interfaccia attuale. Una sensazione, però: Joost non è (ad oggi) diretto concorrente di YouTube. Il flusso tipicamente televisivo dell'uno non si contrappone alla frammentarietà vincolata dell'altro e solo nel momento in cui ogni utente sarà in grado con pochi ostacoli e basso investimento di poter produrre un canale proprio, allora i due brand saranno in competizione diretta: a quel punto Joost sarà un simil-YouTube che moltiplica le opportunità e per Google si presenta quindi una sfida che il motore deve necessariamente prepararsi a raccogliere.

Al momento la grande forza di Joost è nella sua assoluta peculiarità. A tremare, a questo punto, v'è una istituzione sola: la roccaforte televisiva. A tal proposito il colpo di genio giunge proprio alla chiusura del programma: lo schermo diventa nero e si spegne con il classico effetto che tutti abbiamo imparato ad osservare sui vecchi schermi televisivi a tubo catodico. Una analogia quantomeno ricercata, una sfida diretta, un indice puntato verso l'obiettivo: la convergenza tra tv e pc ha partorito una nuova forma.