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I gestori del portale consegnarono alla polizia di Pechino le e-mail di Wang Xiaoning, ora in carcere da cinque anni. Fa causa la moglie del dissidente cinese

Una svolta inattesa rilancia l'attenzione sul più famigerato caso di collaborazionismo tra una multinazionale americana e la censura cinese: la delazione di Yahoo, che cinque anni fa fece arrestare un dissidente cinese, Wang Xiaoning, consegnando le sue email alla polizia di Pechino. Oggi la vicenda si riapre grazie alla coraggiosa iniziativa della moglie di Wang. La 55enne Yu Ling ha deciso di attaccare Yahoo in casa sua, davanti alla giustizia americana, chiedendo i danni per la detenzione del marito.

Yu Ling è arrivata a Washington grazie all'aiuto di un'organizzazione per la difesa dei diritti umani (China Information Center), fondata da un altro celebre dissidente, Harry Wu, che fu prigioniero per vent'anni nei gulag cinesi prima di ottenere asilo politico negli Stati Uniti. Gli avvocati pagati dall'associazione umanitaria cercheranno di ottenere una condanna della Yahoo anche a scopo esemplare: altri big americani di Internet, da Microsoft a Google, sono accusati di autocensurarsi pur di fare affari in Cina, applicando sistematicamente le regole repressive del regime di Pechino.

In caso di vittoria in giudizio contro la Yahoo, inoltre, i fondi di un eventuale indennizzo servirebbero a finanziare la difesa legale di Wang Xiaoning, che a 57 anni deve scontarne altri cinque in carcere. Wang è rinchiuso nel penitenziario numero 2 di Pechino, in una cella con altri nove detenuti. La moglie ha il permesso di visitarlo solo due volte al mese per un colloquio di mezz'ora, attraverso un interfono separato da un vetro e alla presenza costante di poliziotti.

L'odissea di Wang ebbe inizio nel 2002 a Pechino quando la polizia fece irruzione in casa sua, sequestrò i suoi computer, lo arrestò e minacciò la moglie e il figlio perché non parlassero con la stampa. Un anno dopo il suo processo si concluse con la condanna a dieci anni per sovversione. Il capo d'imputazione: Wang aveva diffuso per email degli articoli inneggianti alla democrazia.

Nel 2004 l'associazione per i diritti civili Human Rights in China riuscì a procurarsi gli atti del processo: dalle carte dell'accusa risultava il ruolo decisivo di Yahoo, che aveva fornito alla polizia politica cinese le email incriminate. La notizia della delazione fece scalpore in Occidente e soprattutto negli Stati Uniti, dove la Yahoo, che ha sede a Sunnyvale nella Silicon Valley californiana, ha sempre curato un'immagine libertaria in conformità con l'atmosfera della West Coast e il mondo della New Economy.

I vertici di Yahoo si sono difesi sostenendo di non sapere nulla della vicenda cinese. Si sono trincerati dietro la competenza territoriale esclusiva della loro filiale di Hong Kong, a cui fanno capo le attività in tutta la Cina. E hanno spiegato la collaborazione con la polizia sulla base del dovere di rispettare le leggi locali nei paesi esteri in cui operano. Quest'ultimo sarà probabilmente l'argomento forte della loro difesa, il giorno in cui dovranno affrontare la signora Yu Ling davanti a un tribunale americano. In effetti è molto raro che una multinazionale americana venga perseguita in patria, per aver ottemperato all'estero alle leggi locali.

Tuttavia c'è una falla nella difesa di Yahoo: la sua filiale di Hong Kong non è tenuta a rispettare le leggi della Repubblica popolare cinese bensì quelle dell'isola, che anche dopo la riunificazione del 1997 è rimasta una regione a statuto autonomo. A Hong Kong non esiste censura e tutti i mass media, dai giornali a Internet, godono della massima libertà. Negli Stati Uniti in ogni caso il danno d'immagine per Yahoo è già stato consistente. La sua delazione è stata discussa al Congresso di Washington l'anno scorso, e alcuni parlamentari l'hanno paragonata al comportamento delle imprese che si macchiarono di collaborazione con il nazismo.

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