Già da un pò si mormorava che Gmail si stesse organizzando per leggere, tra gli altri files, anche il formato .ppt, ovvero Powerpoint e finalmente questa funzione è arrivata, almeno nell'interfaccia inglese.

Gmail visualizza i files Powerpoint Se cambiate la lingua nelle impostazioni di Gmail, da italiano a English (US), noterete accanto agli allegati .ppt anche la dicitura View as Slideshow. Cliccando sul link la presentazione sarà aperta in una nuova pagina dove potrete scorrere le slide avanti o indietro grazie alle frecce in alto oppure saltare alla pagina voluta dal menù laterale destro.
Cliccando il tasto destro sopra la slide stessa, potete anche velocizzare o rallentare la velocità della presentazione, andare alla prima o all'ultima slide e scaricare il file nel formato originale .ppt (foto); quello che vediamo nel browser infatti è un file Flash.

UTILITA':

- se abbiamo bisogno di mostrare una presentazione ppt su un computer dove non sappiamo se Powerpoint sia installato o meno, scavalchiamo il problema inviando lo slideshow a noi stessi, sulla casella di posta Gmail, e visualizziamolo direttamente dal browser.

- quando scorriamo la presentazione nel browser, ciascun file viene salvato nei file temporanei del computer (Windows) nel formato swf:questo significa che tutto lo slideshow viene reso disponibile in Flash direttamente sul nostro pc. Un piccolo trick per trasformare i files .ppt in .swf senza cercare nessun software o utility di conversione ma soltanto sfruttando la nuova abilità di Gmail!

La Rete potrebbe rendersi irriconoscibile, a meno che il "virus della repressione su Internet" non venga debellato. Suona così l'avvertimento lanciato da Amnesty International per bocca di Tim Hancock, responsabile delle campagne dell'organizzazione.

Internet sta cambiando volto, dominata sempre più da quello che Amnesty definisce "modello cinese": una Rete che traina una crescita economica dai ritmi vertiginosi, ma che, con il crescere della sua popolarità, viene progressivamente strangolata dal volere dei governi. Interessati a difendere la propria reputazione e a non spezzare il silenzio che i cittadini e i media riservano loro rifugiandosi nell'autocensura; per non dissipare la cortina di ignoranza che aleggia attorno al proprio operato, i governi filtrano le informazioni e instaurano un regime di sorveglianza a favore dei propri netizen.

Lo ha confermato, di recente, anche un report di Open Net Initiative: la censura governativa opera in almeno 26 stati, dalla Bielorussia alla Tunisia, dalla Thailandia all'Iran. Senza contare l'Occidente, escluso dal report solo per le motivazioni che spingono alla selezione dei contenuti online, da noi più di impronta sociale che politica.

Hancock fa riferimento a tecniche subdole come il filtraggio, ma ricorda anche situazioni in cui i governi hanno agito ancor più attivamente, a scopo dimostrativo, limitando l'accesso agli Internet café, oscurando siti, arrestando coloro che, come il blogger egiziano Kareem Amer, avevano trovato in Rete spazio e visibilità per denunciare le brutture del proprio paese.

La situazione non può che involvere nel momento in cui le imprese, desiderose di conquistare mercati in espansione, decidono di affiancarsi ai governi e di scendere a patti, sovrapponendo complicità politiche ad interessi commerciali. A questo proposito Amnesty aveva già invocato l'intervento degli ISP, invitandoli a sostenere dal basso la causa dei diritti umani e della libertà di espressione in Rete, nel momento in cui le grandi aziende, nonostante vacue promesse di codici di condotta, sembrano preferire supportare la proficua causa dei governi.

Sono infatti note le collusioni di big player della rete con il governo cinese, considerato il vertice della censura online: Cisco e Google, fra mea culpa e richiami all'ordine da parte degli azionisti, hanno collaborato a filtrare e selezionare ciò che si pone al di là della grande muraglia digitale; Yahoo pare abbia supportato il governo della Repubblica Popolare consentendo di rintracciare ed arrestare un dissidente. Meno nota la questione sollevata da New Scientist, su cui ha richiamato l'attenzione Reporters sans frontieres: grandi nomi dell'industria occidentale starebbero lavorando, proprio in Cina, ad un software per la profilazione "profonda" dei netizen. Utile a scopi commerciali, potrebbe essere sfruttato per individuare gli elementi sovversivi, a partire dalle tracce lasciate dalle loro abitudini online.

Amnesty si è schierata in più occasioni a favore della libertà di espressione in Rete: ultima la web conferenza tenuta ieri nel contesto della campagna Irrepressible, che ha da poco compiuto un anno. La Rete sta cambiando volto, mutilata dalle cause commerciali e da governi che temono di perdere il controllo dell'informazione, ma anche da quella che si configura spesso come una scrematura demagogica. Avverte Hancock: "Ora accendiamo il computer dando per scontato che quello che vediamo è tutto ciò che esiste online. Temiamo che in futuro sarà possibile accedere solo a ciò che qualcuno riterrà opportuno lasciarci vedere".

Gaia Bottà - Punto Informatico

Non basta studiare. Non basta fare sacrifici. Anche ad alto livello, il precariato colpisce tutti. Due lettere, due testimonianze.

Lettera inviata a Punto informatico

"Gentile Redazione, ho 40 anni, un diploma da perito industriale elettrotecnico e lavoro nel settore IT (ora ICT) da parecchi anni. Ho cominciato come 'apprendista stregone' per curiosità, poi mi sono appassionato, infine ho trasformato la passione in professione.

Sono stato programmatore, tecnico hardware, sistemista, DBA, amministratore di rete. Ho lavorato da solo ed in team, ho fatto parte di gruppi di lavoro ed ho coordinato gruppi di lavoro. Ho lavorato in una pubblica amministrazione e l'ho abbandonata per tornare nel settore privato. Ho insomma un curriculum abbastanza vario, ed un'età che aiuta a stemperare gli slanci della passione con il bagaglio dell'esperienza, la quale, sia dal punto di vista professionale che da quello umano, comincia ad essere consistente.

Ho attraversato gli anni '90 e la 'bolla' italiana del mercato del lavoro legato all'IT. Un periodo caratterizzato dalla contesa a suon di contratti favolosi delle poche professionalità 'vere', anni in cui non era importante tanto il titolo di studio quanto il saper fare. Una bolla che oggi si è sgonfiata, e e le cui conseguenze sono sotto i miei occhi, tutti i giorni.

Oggi, certamente, le competenze in questo settore sono più diffuse, l'acculturamento di base è aumentato, chi opera nel settore non è più uno "stregone" e quanto fino a dieci anni fa era considerato "effetti speciali" oggi passa quasi inosservato. L'adeguamento dei programmi della scuola superiore e delle università ha fatto in modo che neodiplomati e neolaureati non fossero completamente ignoranti in materia e le scuole e le facoltà ad indirizzo tecnico hanno cominciato a sfornare tecnici con una preparazione di base di tutto rispetto, risparmiando ai futuri operatori del settore una gavetta lunga e difficile, quella che ho fatto io, nella quale acquisire sul campo tutte quelle conoscenze che si potevano conseguire o così o sborsando cifre considerevoli.

Il mercato del lavoro delle professioni IT si è perciò trasformato: da un lato si è popolato considerevolmente, anche e soprattutto per effetto di quei contratti favolosi che hanno caratterizzato gli anni '90, i quali sono diventati un miraggio soprattutto per le nuove leve; questo ha aumentato il numero di candidati disponibili ad occupare ogni posizione lavorativa disponibile, favorendo una concorrenza al ribasso nelle retribuzioni. Le aziende, dal canto loro, già favorite dalla concorrenza fra candidati, hanno adottato concetti suggeriti o insinuati dal marketing commerciale del mondo IT, che si è sperticato per spacciare l'evoluzione dei prodotti (sistemi operativi, suite per l'office automation, DBMS e quant'altro) sempre più nella direzione di una semplicità e intuitività d'uso che permettessero l'impiego di figure sempre meno specializzate.

Capita, così, di leggere delle inserzioni di ricerca di personale per "Sistemista di reti", in cui le competenze richieste sono: "Conoscenza domini Microsoft, Active Directory, Sistemi Operativi di rete Windows e Linux; Conoscenza networking ed apparati rete Cisco; Conoscenza DBMS Microsoft; Conoscenza dei linguaggi di programmazione C,C++,VisualBasic,PHP e di BizTalk Microsoft.".

Nessuna indicazione sul livello di esperienza richiesto (almeno in questo caso, in genere inserzioni di questo genere riportano la dicitura "2 o 3 anni"), ed una confusione totale tra le funzioni di Amministratore di dominio Windows, Amministratore di Rete, DBA, Programmatore. Oggi, secondo una tendenza che purtroppo mi pare molto diffusa e accreditata, il cosiddetto "IT Specialist" (ma può chiamarsi in qualsiasi altro modo, tanto competenze richieste e funzioni attribuite non variano poi tanto) deve essere giovane, sapere tutto di ITC, avere poca esperienza e costare poco. Magari appartenere anche alle categorie protette: ecco, se appartiene anche alle categorie protette è perfetto, è il candidato perfetto, il posto è suo.

Del resto, grazie alla possibilità di forfettizzare lo straordinario, l'eventualità di attribuire al neo assunto un carico di lavoro spropositato per il suo livello di esperienza e competenze non è più un problema per l'azienda, che con questa soluzione lo ribalta sul lavoratore. Del resto, con l'enorme quantità di precari che si trova ormai anche in questo settore, se le condizioni di lavoro non sono consone al malcapitato questi può sempre rinunciare, del resto tutti servono e nessuno è indispensabile (una frase mitica che mi è capitato di udire spesso, in azienda), ed una soluzione ad una carenza di personale è una delle minori fonti di preoccupazione per chi gestisce un'azienda.

Come si possano coniugare felicemente tutte queste caratteristiche, bisognerebbe chiederlo a chi si occupa di selezione del personale. Se si ha un po' di esperienza nel settore, si capisce bene che gli anni di esperienza influiscono in misura direttamente proporzionale sulla conoscenza delle problematiche, sull'affinamento dei metodi, sulle capacità di problem solving, sulla correttezza di analisi e soluzioni proposte. L'esperienza, poi, in genere permette perfino di prevenirli, i problemi. L'esperienza è, insomma, quel valore aggiunto che unito alla competenza consente di ottenere quelle garanzie che dovrebbero stare alla base della business continuity, concetto conosciuto da addetti ai lavori e grandi aziende, ma sconosciuto alla maggior parte delle PMI che costituiscono la stragrande maggioranza delle aziende italiane.

Amministrare un sistema informativo di una media azienda, purtroppo per il marketing dei prodotti ITC, non è cosa semplice, anzi. L'esperienza è necessaria, e più il sistema informativo è complesso, più esperienza servirebbe per gestirlo in maniera ottimale. A volte mi viene il sospetto che si faccia troppa confusione sulla differenza che corre, da questo punto di vista, tra amministrare un sistema informativo e farlo funzionare. Qualche volta il sospetto è perfino che la confusione non sia confusione, ma malafede.

Ma chi gestisce una azienda, e chi seleziona e/o gestisce il personale dell'azienda, si rende conto che il prodotto finale, sia esso un bene o un servizio, è il risultato di tutte le componenti del processo produttivo? E di conseguenza, laddove esistono punti deboli (come, nel caso specifico, la mancanza di esperienze e/o competenze adeguate ai ruoli ed alle funzioni), più grandi sono le probabilità di fornire beni e/o servizi di qualità inferiore a quanto richiederebbe il mercato? Mi pare che stimolare o avallare processi di questo tipo, con l'impiego di professionalità al ribasso, possa portarci a vendere sempre più fumo e sempre meno arrosto.

Non svilupperò oltre questo pensiero, non sono un sociologo e tantomeno un economista. Sono un lavoratore che ogni giorno di più vede affievolirsi la possibilità di veder riconosciuta una dignità al proprio lavoro (per malafede, per ignoranza o tutte e due), a causa di decisioni e politiche aziendali miopi d'una miopia grave. Del resto, se mai si è ragionato sulla risorsa uomo, oggigiorno ci si è messi in concorrenza con Cina ed India, per cui l'esperienza non è più monetizzabile, altrimenti l'azienda andrebbe fuori mercato. Però, sia chiaro, poiché oggi avere un lavoro è una fortuna, io e tutti quelli che, come me, vorrebbero tentare altre sfide ma non trovano migliori occasioni a causa di quanto ho provato a riassumere più sopra, ecco, io sono un fortunato e non dovrei lamentarmi.

Difatti, non mi lamento. Cerco di capire piuttosto. Ma ho le mie brave difficoltà.

Buon lavoro a tutti (mi pare proprio un augurio azzeccato)".


Una lettera a Beppe Grillo
"Caro Beppe,
ti scrive un tuo concittadino 39enne che crede nel tuo lavoro e nella rete. Beh forse la mia storia è stata un po’ più fortunata di altre ma il risultato non cambia. Mi sono laureato a Genova nel 1994. Ho conseguito il titolo (!?!) di dottore di ricerca in geofisica tre anni dopo. Ho partecipato a 10 (!?!) campagne di misure in Antartide per il Programma Nazionale di Ricerche (Pnra) su programmi relativi alla comprensione dei cambiamenti climatici. Bene forse non tutti sanno che grazie ai vari Biagi, e a chi prima di lui, per 8 anni ho vissuto con 800 euro al mese e dovevo arrangiarmi con lavoretti vari per poter vivere. Che quando parti per le missioni antartiche visto che sei un figlio di nessuno ti pagano pure metà diaria dei tuoi colleghi fortunati con un contratto vero (lasciando stare altri aspetti che se vuoi ti racconto in privato). È che le banche ti ridono in faccia quando vai a chiedere di poter accendere un mutuo oppure ti vergogni di andarci perché sai come ti guardano.
Oggi mi posso dichiarare fortunato perché ho un contratto annuale da ricercatore per tre anni (cioè scade ogni anno e mi riassumono) e che quindi non vale per gli scatti di anzianità (cioè il mio stipendio è sempre lo stesso) e che per la pensione (è comico dirlo!) questi anni valgono la metà (cioè ne faccio 4 di questo tipo e me ne contano due). Ma, come dicevo, sono fortunato.
La mia ragazza, laureata in biologia, sta lavorando gratis da più di un anno (non inorridire Beppe! Lo so che la parola ti dà fastidio!) all’Istituto Superiore della Sanità con una promessa di avere un contratto Biagi! Ho amici all’università (minuscolo) di Genova che hanno perso i loro 800-1000 euro al mese dopo 10 anni di promesse e di inganni. Poi noi paghiamo 30mila euro al mese i nostri politici per farci prendere per il c..o ed insultare la nostra intelligenza"

Fluff Does Web Design

Lo scrive Grillo:
1 video
in lingua inglese. Trasmesso in televisione 8 mesi fa dalla BBC. Da 8 mesi reso pubblico sul suo sito. Decine di milioni di telespettatori di lingua inglese. Forse 100 milioni lo hanno visto in Rete. Da 20 giorni è sottotitolato in italiano. 2 milioni di italiani lo guardano in Internet. Ogni giorno che passa si aggiungono altri 30.000 italiani.
Santoro ne acquista i diritti. Vuol fare uno scoop. Nessuno gli ha detto niente. 20.000 euro il prezzo di “Sex Crimes and Vatican”. Praticamente un saldo. Gli hanno venduto la fontana di Trevi. Il mondo lo aveva già visto. Il Vaticano lo aveva già visto. Gli italiani collegati on line lo avevano già visto.
E’ vero, qualcuno non lo aveva ancora visto. Bondi ad esempio, l’ex comunista della casa circondariale della libertà. Che quando sente certe cose si tappa le orecchie, chiude gli occhi e grida “quaqquaraquàquaqquaraquà”. 5 milioni di telespettatori guardano Anno Zero. Persone che, evidentemente, non sanno l’inglese o che non hanno un collegamento alla Rete. Tagliati fuori dalla fregatura delle 3 I dello psiconano: inglese, informatica e Internet.
L’informazione in Italia è asimmetrica. C’è quella di Landolfi, presidente della commissione di vigilanza della Rai, che dice: “Quel filmato non andava neanche acquistato dalla Rai perchè finalizzato ad attaccare la Chiesa” e quella della Rete. Il filmato non attacca nessuno, riporta testimonianze, tristi, e fatti, di migliaia di preti denunciati, 4.392 negli Stati Uniti. 1 miliardo di dollari il risarcimento alle vittime pagato dalla Chiesa in America. Più o meno il nostro 8x1000.
Grazie a Bispensiero, che ha tradotto il video. Gli italiani non sanno nulla, nulla. Chi può traduca e metta on line le trasmissioni vietate in questo miserabile Paese. E’ questa la vera rivoluzione.

***

Secondo la Repubblica, "sono almeno cinque le diocesi Nord Americane che hanno fatto domanda di fallimento, per il costo dei risarcimenti imposti dai tribunali. Soltanto a San Diego giacciono in attesa di giudizio 150 denunce contro la curia. Il numero complessivo di sacerdoti americani denunciati per pedofilia supera i 4.500. Ma la parola d'ordine che viene da Roma - e qui sta l'orrore - continua a essere quella di negare, sopire, sedare, anziché accettare le responsabilità, denunciare e sradicare".

Secondo l'Avvenire, quotidiano dei vescovi, il video è una "infame calunnia via internet", nonostante sia stato prodotto dalla tv di Stato del Regno Unito e contenga dati, testiminanze e documenti.

La commissione di vigilanza sulla Rai è entrata in allarme per la richiesta di Santoro di acquistare i diritti (?) del video e di trasmetterlo.

Tutte queste preoccupazioni, questi allarmi, queste controaccuse sono fuori luogo, perché quel video è stato visto già da milioni di persone nel mondo, e non c'è bolla papale o santo uffizio, meno che mai legali di detentori di diritti, che possano fermarlo.

E' la prova che non esistono problemi o limiti alla distribuzione, perché la rete è il più formidabile e libero strumento di diffusione della conoscenza che sia mai apparso sulla terra. Il problema sono i contenuti, la loro qualità. L'interesse che possono suscitare. Tutto i resto lo discutano i burocrati della rai o i dinosauri della conferenza episcopale.



Una nuova ondata di phishing sta invadendo le nostre caselle di posta. Nonostante sia la forma di truffa "tecnologicamente" più grossolana, secondo le statistiche è anche la più efficace.
Il phishing è una frode informatica, realizzata con l'invio di e-mail contraffatte, finalizzata all'acquisizione, per scopi illegali, di dati riservati.

Ecco un filmato di Poste Italiane che spiega come difendersi dal phishing:
http://www.poste.it/online/phishing_video.shtml

Qui alcuni importanti consigli:
http://www.poste.it/online/phishing_regole.shtml

Intanto un nuovo tipo di truffa si diffonde, mascherata da offerte di lavoro e guadagni facili:
http://www.poste.it/online/phishing_riciclaggio.shtml



Ecco un tipico esempio di mail fraudolenta:

On 3/23/07, servizio@bancaintesa.it <servizio@bancaintesa.it > wrote:


Caro membro di Banca Intesa,

Per i motivi di sicurezza abbiamo sospeso il vostro conto di operazioni bancarie in linea a Banca Intesa. Dovete confermare che non siete una vittima del furto di identitа per ristabilire il vostro conto.

Dovete scattare il collegamento qui sotto e riempire la forma alla seguente pagina per realizzare il processo di verifica.

http://www.bancaintesa.it/verifica_profilo/index.htm

Li ringraziamo per la vostra attenzione rapida a questa materia. Capisca prego che questa и una misura di sicurezza progettata per contribuire a proteggere voi ed il vostro conto. Chiediamo scusa per eventuali inconvenienti.

Francamente, Reparto Di Rassegna Di Conti Di Banca Intesa

Non risponda prego a questo E-mail. La posta trasmessa a questo indirizzo non puт essere risposta a.