Video poker is a casino game played on a computerized console similar in size to a slot machine. Obviously, Internet is a good place to export this new fever.
There are some variations. Deuces Wild Video Poker is a variation of video poker in which all twos are wild, ie wild cards substitute for any other card in the deck in order to make a better poker hand.
Jacks or Better is the most common variation of video poker available. Payoffs begin at a pair of jacks or better. Full pay Jacks or Better is also known as 9/6 Jacks or Better; the 9 refers to the payoff for a full house and the 6 refers to the payoff for a flush. Full pay Jacks or Better has a theoretical return of 99.54 % when played with perfect strategy.
Bat what are the main problems of online slots? “Problem gambling” is the first. It’s an urge to gamble despite harmful negative consequences or a desire to stop. The term is preferred to compulsive gambling, using for examples slot machines or free slots among many professionals, as few people described by the term experience true compulsions in the clinical sense of the word.
Although the term gambling addiction is common in the recovery movement pathological gambling is considered to be an impulse control disorder.
Problem gambling is characterised by many difficulties in limiting money and/or time spent on gambling which leads to adverse consequences for the gambler, others, or for the community.

Il New York Times va online per intero e gratis


Il New York Times dice addio alla parte del giornale che prima era disponibile online unicamente dietro il pagamento di un abbonamento. Il modello di business basato sulla pubblicità rende di più: il futuro è segnato
Il New York Times sta vivendo una piccola grande rivoluzione: i contenuti del giornale diventano disponibili per intero sul web ed a titolo gratuito. Fino ad oggi, infatti, uno dei principali quotidiani statunitensi era disponibile online a tutti solo in parte, alcuni articoli, fondi e i numeri passati erano riservati solo ad un utenza premium disposta a pagare.

Il motivo del cambiamento di orientamento è facile da intuire: il modello di business basato sulla pubblicità promette di rendere di più di quello basato sulla sottoscrizione, nonostante negli ultimi anni il NYT abbia ricavato ben 10 milioni di dollari dai suddetti abbonamenti.

A detta di Vivian Schiller, vicepresidente e general manager della parte internet del giornale, ciò che non era stato previsto due anni fa (quando iniziò il servizio su abbonamento) era l'incredibile mole di traffico che poteva arrivare dai motori di ricerca: «nessuno si aspettava che così tanta parte del nostro traffico sarebbe arrivata da Google, Yahoo e dagli altri motori di ricerca».

L'aspettativa rispetto all'utenza delle sezioni ora disponibili a tutti e alla crescita che la mossa comporterà è dunque grande, tanto che già c'è uno sponsor per le nuove aree, American Express, il quale si è riservato uno spazio decisamente importante. Adesso tra i grandi giornali rimane unicamente il Wall Street Journal a mantenere una politica di sottoscrizione per la quale hanno accesso alla versione online solo i clienti che pagano (un pubblico che ha toccato il milione di individui e che frutta 65 milioni di dollari).

aprire nuovo file in Google Presentation


E’ la ciliegina sulla torta per quanto riguarda gli strumenti del “pacchetto” Google Docs: dopo i Documenti ed i Fogli di Calcolo, mancava solamente una web application per le presentazioni e ora, finalmente, il cerchio è chiuso.

Non si chiama Presently, come qualcuno aveva ipotizzato, ma semplicemente Google Presentation e, attualmente, non tutti gli utenti possono accedervi, neanche impostando la lingua inglese (US) nel pannello di gestione dell’account Google: unico canale di accesso a Presentation che abbiamo trovato fin’ora è tramite l’account di Google Apps.

Nella pagina dei documenti, dal menù a tendina New clicchiamo Presentation e siamo reindirizzati nel “laboratorio” delle slides: possiamo creare una nuova presentazione oppure importarla da pc; modificare il tema, inserire testi e immagini (ma non files multimediali, per ora), condividerla con altri utenti che sono collegati via Gtalk, pubbblicarla sul web e così via, come già siamo abituati a fare con gli altri documenti gestiti dalla applicazioni di Google.

Per quanto riguarda l’output, oltre ad una versione stampabile e alla possibilità di salvare la presentazione in formato compresso, Google Presentation non ci permette di scaricarla direttamente in ppt.

Tuttavia, Google Presentation, così come gli altri strumenti del pacchetto gratuito offerto da Google, è proprio il tassello mancante ad una vera e propria suite da ufficio che ci permette di archiviare i nostri files sul web, lavorare su di essi e condividerli con facilità estrema con altri utenti e collaboratori. Già localizzata in 25 lingue, Italiano compreso, non credo manchi molto, forse, ad un motore di ricerca dedicato che ci consentirà di cercare agevolmente tra tutte le presentazioni pubbliche create e condivise dagli users

The Scream Against Censorship!
Franco Frattini, lo stesso che nel 2005 auspicata un big brother europeo che vegliasse sui sistemi di comunicazione, ora rilancia chiedendo la censura ai motori di ricerca. Google nega in toto la proposta bocciandola per i danni che ne conseguirebbero
La presa di posizione di Franco Frattini sulla ricerca sul web era parsa fin da subito imbarazzante: claudicante a livello legale, illogica da un punto di vista razionale, impraticabile dal punto di vista pratico, inutile dal punto di vista pratico. Frattini, infatti, ha esplicitamente auspicato un maggiore controllo sul web affinchè parole 'pericolose' non possano essere cercate e, parallelamente, concetti e contenuti pericolosi non possano entrare in possesso delle persone sbagliate.

Frattini non potrà nascondersi dietro un "non sono stato capito": «proporrò che diventi penalmente perseguibile chi diffonde su Internet le istruzioni per fabbricare bombe [...] intendo portare avanti un esercizio di esplorazione con il settore privato... su come sia possibile usare la tecnologia per evitare che la gente usi o cerchi parole pericolose come bomba, uccidere, genocidio o terrorismo». Nonostante il suo discorso con tutta evidenza non regga, Google ha comunque espresso la propria opinione in merito, ovviamente bocciando in toto la proposta e stigmatizzandola come un intervento censorio inutile e dannoso.

La voce ufficiale del motore è quella di Peter Fleischer, global privacy counsel di Google, sentito per La Repubblica da Alessio Balbi: «ci sono tante ragioni per le quali una persona potrebbe cercare su internet una parola come "genocidio", ad esempio a scopo educativo [...]». Secondo Fleisher, riporta l'articolo, la priorità nei controlli deve essere rivolta al processo di pubblicazione, «ma se una pagina esiste sul web Google deve essere in grado di trovarla». Insomma: una difesa d'ufficio al diritto di indicizzare le informazioni senza avere responsabilità sui contenuti trovati.

Va ricordato come Franco Frattini già nel 2005 fosse co-firmatario di una proposta per la creazione di un ente di controllo europeo avente il potere di monitorare i dati delle reti di comunicazione del vecchio continente. La proposta andò poi al macero tanto per problemi relativi alla tutela della privacy, quanto per l'alto costo che il tracciamento delle informazioni avrebbe rappresentato. Soluzioni meno rigide e più praticabili sono state proposte in seguito chiedendo agli ISP uno sforzo collaborativo per la conservazione dei dati di log.



Le molte speranze che sono legate alla proposta di legge sul peer-to-peer avanzata da Marco Beltrandi (Rosa nel Pugno) hanno compiuto un piccolo passo in avanti con l'assegnazione del progetto normativo alla Commissione Cultura della Camera, quella presieduta da Pietro Folena, da anni sostenitore, peraltro, di una revisione delle leggi sul diritto d'autore.

La proposta, qui l'intero testo comprensivo di introduzione, punta ad una revisione sostanziale delle norme attuali e, se approvata, secondo i suoi proponenti, tutti deputati della RnP, proietterebbe l'Italia all'avanguardia in Europa nel modo di affrontare la complicata, delicata ma centralissima questione del file sharing.

Di fondo la normativa tenta di superare il gap culturale che ha fin qui attanagliato le istituzioni nostrane nell'approccio alla condivisione di file. "Il problema - spiegano i proponenti - spesso nasce dalla circostanza che a una nuova tecnologia si contrappongono una concezione anacronistica e inadeguata della tutela del diritto d'autore e una serie di normative scritte e pensate quando il fenomeno del peer to peer e, più in generale, le dinamiche dell'economia dell'innovazione e dell'informazione basate sulle tecnologie dell'informazione e della comunicazione (ICT), non erano ancora comprese dai legislatori nazionali e sopranazionali".

Il punto su cui dovrebbe quindi vertere una normativa aggiornata è "il tradizionale criterio di politica criminale, per cui un fatto diviene reato quando la sua commissione conduce a un grave danno sociale". Non è un caso, peraltro, che in questi anni in cui l'industria discografica e cinematografica ha dato battaglia in mezzo mondo agli utenti del P2P, senza peraltro ottenere successi misurabili, abbia sempre sottolineato i danni del file sharing, definito spesso come "furto" e come "pratica" capace di sottrarre denaro alle casse dei produttori, ergo investimenti, ergo occupazione.

Su questo punto, dunque, si giocheranno molti dei destini di questa proposta. Anche per questo nell'introduzione si cita a piene mani Free Culture, la "bibbia del nuovo mondo" scritta da Lawrence Lessig, di certo la mente più lucida negli States per ciò che riguarda il diritto d'autore nell'era dell'informazione. Lessig, come noto, demolisce il concetto di danno sociale attribuito al P2P e soprattutto l'idea che chi scarica la copia di un brano musicale, ad esempio, possa essere equiparato a chi sottrae l'unica copia, per così dire, di un oggetto fisico. Non solo. "È ormai provato - insistono i promotori del progetto di legge - che la condivisione gratuita dei contenuti online non danneggia i detentori dei diritti, ma addirittura in alcuni casi induce un bisogno di cultura che ha positive ricadute anche sul mercato. Una recente ricerca dell'Associazione nazionale delle industrie cinematografiche e audiovisive (ANICA), ad esempio, dimostra che tra chi fa file sharing vi è una maggiore propensione ad andare al cinema rispetto al resto della popolazione".

L'introduzione alla proposta accenna anche alla futura piattaforma di condivisione Qtrax annunciata di recente dall'industria, un progetto che dimostra la bontà della tecnologia e, in più, il fatto che dopo tanti anni di caccia spietata ai sistemi di condivisione l'industria dei contenuti individui proprio in questi ultimi uno strumento per risollevarsi dalla crisi delle vendite dei supporti tradizionali.

La soluzione

Il pdl propone, nientepiù nientemeno, l'introduzione delle licenze collettive riferite ad utenti che intendano condividere i propri archivi digitali su reti telematiche per fini personali e senza scopo di lucro.

L'idea, cioè, è di prendere esempio dalle licenze collettive nordeuropee e far sì che chi detiene il diritto d'autore sviluppi "una nuova generazione di modelli di licenze collettive destinati agli utenti online". Il che si traduce nel promuovere accordi ad hoc tra SIAE e associazioni dei consumatori.

Ne consegue, dunque, la nascita di licenze per il P2P, che consentirebbero la legalizzazione definitiva di un'attività senza scopo di lucro portata avanti quotidianamente da centinaia di migliaia se non milioni di utenti italiani.

"È così possibile, al contrario di quanto avviene oggi - concludono i promotori - per effetto di una politica incapace di immaginare e di elaborare soluzioni alternative al ricorso alla sanzione penale, combinare due fondamentali esigenze: il riconoscimento di diritti che riguardano la produzione intellettuale, culturale, le opere dell'ingegno e i diritti d'autore, con il riconoscimento dei valori costituzionali da cui il diritto d'autore medesimo ripete i propri limiti come il proprio fondamento, quali i diritti e le libertà individuali delle persone in ordine all'accesso alla cultura, alla fruizione, alla produzione e alla circolazione della conoscenza".