Assegnate tutte le licenze. La sorpresa Ariadsl in teoria
potrebbe creare una rete wireless a copertura nazionale




ROMA - È terminata oggi, dopo nove giorni di sorprese e rilanci furibondi, l'asta dei record: si sono chiuse le ultime tre aree della gara e ora si va quindi all'aggiudicazione di tutte le licenze. Il valore complessivo è da record, in Europa: circa 135 milioni di euro (il valore esatto sarà dato domani dal Ministero delle Comunicazioni in conferenza stampa). Ha superato anche i 125 milioni di euro totalizzati dall'asta francese. Ariadsl si è confermata la protagonista dell'asta: ha vinto oggi anche nelle macroregioni dell'area due (Valle d'Aosta-Piemonte-Liguria-Toscana), area quattro (Umbria, Lazio, Abruzzo, Molise) e in Sicilia. L'altra licenza macroregionale è stata presa da eVia (gruppo Retelit), in area due, e da Telecom in area quattro. Sorpresa in Sicilia: si è ritirata Telecom, lasciando le licenze ad A. F. T. e a Tourist Ferry Boat, oltre alla solita Ariadsl.

A. F. T. ha fatto man bassa di licenze regionali, nelle varie aree della gara. Ha preso oggi tutte quelle dell'area quattro. In area due si è distinta anche Mgm Productions (Odeon Tv), che dopo rilanci agguerriti è riuscita a strappare la licenza per la Liguria (il cui valore è cresciuto di ben sette volte rispetto alla base d'asta).

Riassumendo, quindi: nei giorni scorsi si sono chiuse le altre aree di gara; nella uno (Lombardia, Bolzano, Trento) hanno prevalso Ariadsl (con offerta record di 11 milioni di euro) ed eVia. La licenza regionale lombarda sarà di A. F. T. Nella cinque (Campania, Puglia, Basilicata, Calabria), le licenze macroregionali andranno a Telecom e ad Ariadsl. Anche in questo caso, tutti i diritti regionali vanno invece ad A. F. T. In area tre (Friuli Venezia Giulia, Veneto, Emilia Romagna, Marche) le licenze andranno a eVia e Ariadsl.

Le licenze sarde andranno a Telecom, Ariadsl e A. F. T.
Il valore dell'asta è levitato così tanto, oltre le previsioni pre-gara, soprattutto grazie ai forti rilanci di Ariadsl, che può contare su fondi di un magnate israeliano, Davidi Gilo. Con le proprie offerte ha messo sul piatto più di un terzo del valore complessivo dell'asta, facendolo salire oltre i livelli che Mediaset considerava accettabili (per questo motivo ha abbandonato la gara).

Adesso sarà interessante scoprire come Ariadsl intenderà utilizzare le molte licenze conquistate, che gli daranno la possibilità di creare una rete WiMax a copertura nazionale. "Si è dimostrata quindi infondata la paura, prevalente prima della gara, che i grossi operatori avrebbero preso molte licenze lasciando a bocca asciutta i nuovi entranti", commenta Fulvio Sarzana, avvocato esperto di Internet e attento osservatore di quest'asta. Chiusa quell'incognita, se ne apre un'altra: come farà Ariadsl a rientrare nei grossi investimenti fatti in quest'asta, considerato che il WiMax è soprattutto una tecnologia per il digital divide, dove il mercato è solo una nicchia? Nei prossimi mesi, nei piani di Ariadsl, la risposta.

(27 febbraio 2008) repubblica.it

Il premio Nobel Elfriede Jelinek sta scrivendo un nuovo romanzo. Titolo: Neid (Invidia). Una bella notizia anche per gli italiani che hanno letto i suoi libri nelle edizioni Frassinelli, Einaudi, Castelvecchi. C’è, però, dell’altro. Elfriede Jelinek non consegnerà mai la sua nuova opera alle librerie. No, si affiderà al web.

La notizia era stata divulgata l’estate scorsa e pochi giorni fa il Sole 24 ore ha approfondito la questione dedicando all'argomento un pezzo di apertura sul domenicale culturale.
Scrive Flavia Foradini: “Parla del suo nuovo libro, Elfriede Jelinek, un “Privatroman”, un romanzo privato che esiste ma non vedrà la luce delle librerie, perché non verrà impresso sulla carta: “Mai”, dice risoluta la più seguita ed apprezzata scrittrice austriaca vincitrice del Premio Nobel per la Letteratura 2004 per la sua capacità di scardinare con il suo favoloso virtuosismo linguistico i cliches della società dei consumi, gli infingimenti dei media, le ipocrisie delle retorica politica. Neid (invidia) , lo si può leggere soltanto in tedesco e soltanto sul sito della scrittrice austriaca , dove ha fatto capolino la primavera scorsa con un primo capitolo, cui ne hanno fatto seguito altri tre (...).
Contrariamente ad altri esperimenti di questo tipo, composti da autori di bestseller internazionali, per chi in Internet apre http://www.elfriedejelinek.com/ la lettura è del tutto gratuita: “Volevo che fosse un accesso libero. Se a qualcuno poi il mio romanzo non piace, con un clic se ne può allontanare senza lasciare traccia”.

Il Sole 24 ore ne aveva già parlato lo scorso luglio con un articolo di Stefano Salis che fece una considerazione cruda, anche se in certi casi condivisibile: “Il web pullula di inediti (la stragrande maggioranza tale perché privi dei requisiti di base per arrivare alla pubblicazione cartacea) ma, lentamente, si riempie anche di contributi originali – e non parliamo dei blog letterari, il più delle volte stucchevoli elenchi di gusti personali dei titolari – di autori già editi o che, magari, godono di solida fama (in Italia, il caso di Wu Ming è esemplare).”. Ma che contribuì al dibattito sottolineando che “il fatto che un Nobel – che di certo non avrebbe problemi a trovare chi lo pubblichi e, anzi, sul web rinunci, presumibilmente, a lauti guadagni per sé e per il suo editore – rinunci alla carta, fa pensare che la stessa percezione di cosa sia la letteratura (di che ruolo abbiano, e chi siano gli scrittori) si stia modificando”. Se conoscete il tedesco, la Jelinek è già on line.
Rosa Maria Di Natale
BitLit

Per bloccarle aveva mandato in tilt il sito di video amatoriali
Le autorità di Islamabad si giustificano: non è stato intenzionale



ISLAMABAD - Accesso libero su YouTube in Pakistan. Le autorità di Islamabad hanno revocato il bando contro il più famoso sito di video. Il governo pachistano aveva imposto ai server internet di bloccare l'accesso a YouTube finché non avesse tolto vignette e caricature del profeta Maometto. Il sito ha accettato di togliere le vignette considerate blasfeme e l'autorità delle telecomunicazioni pachistane ha annunciato di aver dato istruzione per rimuovere la censura. Ma il blocco pachistano ha provocato un black out che ha mandato in tilt il sito a livello globale per circa due ore durante il week-end.

L'authority di Islamabad ha replicato che la cosa non è stata intenzionale e che potrebbe essere solo la momentanea conseguenza del blocco sull'indirizzo web di YouTube da parte di qualche compagnia internazionale che serviva anche il Pakistan. In una nota, YouTube ha detto che in futuro lavorerà perché non si ripetano simili conseguenze di fronte alla censura operata da un singolo paese.

(26 febbraio 2008)repubblica.it

Le autorità di Islamabad hanno chiesto ai provider locali di bloccare il servizio. "Materiale offensivo nei confronti dell'Islam". Ma il black out si è esteso agli altri Paesi

Il Pakistan manda in tilt YouTube
Sito oscurato in mezzo mondo"


Niente filmati, canzoni, video amatoriali e molto, molto altro. YouTube, il popolarissimo sito per la condivisione di materiale video generato dagli utenti, si è oscurato per due ore domenica in quasi tutto il mondo. Un hacker? No, un governo: il black out si deve alle autorità pachistane, che, volendo bloccarne l'accesso nel Paese, hanno erroneamente mandando in tilt la pagina web a livello globale.

Google, proprietaria del servizio, ha fatto sapere con una nota che i "protocolli internet erronei" responsabili del black out originavano in Pakistan. Sul banco degli imputati ci sono, in particolare, la Pakistan Telecom e l'Internet service provider PCCW, intervenute, su precisa richiesta del governo, reindirizzando tutti gli utenti che tentavano di connettersi, per evitare che avessero accesso a materiale considerato offensivo nei confronti dell'Islam. Qualcosa, però, è andato storto perché oltre che in Pakistan, YouTube è ammutolito anche nel resto del mondo.

A provocare l'intervento censorio sono state ancora una volta le vignette satiriche danesi sul profeta Maometto, che provocarono la reazione sdegnata di moltissimi musulmani, recentemente ristampate dai quotidiani danesi in difesa della libertà di parola ed opinione.

Per evitare che potessero essere viste, il governo di Islamabad ha quindi ordinato a vari provider locali di bloccare YouTube. Forse per eccesso di zelo, forse per un genuino errore, la censura è andata al di là dei confini nazionali, bloccando il sito tout court. Il blocco è terminato solo dopo che la Pccw è stata informata del problema dagli ingegneri di YouTube.

"Abbiamo determinato che il problema ha avuto origine in Pakistan" - si legge nel comunicato diffuso da Google. "Stiamo indagando e lavorando con altri nella comunità di Internet per far sì che ciò non accada più".

Dalla sua nascita, tre anni fa, il servizio che permette agli utenti di "broadcast themselves" è cresciuto a dismisura, diventando anche un importante elemento di dibattito politico. Parallelamente, sono cresciuti i tentativi di regolamentarizzarlo. Il caso di Islamabad è solo l'ultimo in ordine di tempo: prima contro YouTube erano intervenuti il Brasile, la Cina, l'Iran, il Marocco, la Birmania, Siria e Thailandia. I motivi? Vari, dall'accusa di ospitare materiale sovversivo, immorale, imbarazzante per figure pubbliche a quella di offendere i regnanti.

Questa volta, le autorità pachistane sono interventute citando a sostegno della richiesta di blocco la proliferazione di materiale "non-islamico, dal contenuto discutibile".

(25 febbraio 2008) repubblica.it

"Canone tv anche per i computer", consumatori in rivolta contro la Rai
Anche chi ha solo il pc deve pagare. Esplode la protesta
Il Garante del contribuente: toni minatori nelle lettere di sollecito

Target: RAI - Viale Mazzini 14 - ROME
TORINO - Una pioggia di ricorsi contro il pagamento del canone Rai sta arrivando a Torino, nella sede piemontese del Garante per il contribuente. Meno di 200 segnalazioni due anni fa, quasi 600 l'anno scorso e il numero pare destinato ad aumentare. Sono le proteste di cittadini che pur avendo disdetto l'abbonamento alla televisione o pur non avendo un apparecchio televisivo, vengono rintracciati dal Sat, il Servizio abbonamenti televisivi che ha sede a Torino, e ricevono una lettera in cui li si invita, con toni severi, a regolarizzare la loro posizione e a pagare.

"Non si capisce con quale criterio il Sat invii queste lettere - afferma Silvio Pieri, il presidente dell'ufficio del Garante del contribuente del Piemonte, competente per territorio - ma è sicuro che hanno dei toni decisamente minatori. Si paventano blocchi amministrativi delle auto o pignoramenti senza che la legge lo preveda. Per questo stiamo valutando la possibilità di presentare un esposto in procura per abuso d'ufficio".

Molti pagano, ma sono sempre più numerosi coloro che si rivolgono al Garante, magari attraverso associazioni di consumatori. Come il Comitato per una libera informazione radio televisiva, attivo soprattutto nel Nordest, e l'Aduc di Firenze, che da anni si batte per l'abolizione del canone.

La questione, in effetti, è di dubbia interpretazione e soprattutto è regolamentata da un regio decreto del 1938, quando addirittura c'era soltanto la radio, che poco si adatta alle evoluzioni della tecnologia che da allora ci sono state. Secondo la norma deve pagare chiunque detenga un "apparecchio atto o adattabile alla ricezione delle radioaudizioni" e questo significa che anche un computer con una scheda tv, ma paradossalmente anche un videofonino, possono essere adattati per ricevere programmi tv. E infatti nelle lettere che la Rai invia nelle case si precisa "compresi personal computer, decoder digitali e altri apparati multimediali". Definizione altrettanto vaga: avere un pc senza scheda tv significa lo stesso avere un televisore?

"Un tempo chi comprava un televisore veniva registrato con nome e indirizzo, mentre adesso questo non si fa più e in effetti l'evasione è aumentata moltissimo - sostiene Silvio Pieri - Ma non si può rispondere all'illegalità con altra illegalità. A norma di legge per rescindere un contratto tv basta mandare una raccomandata, ma il Sat poi continua a tempestare di lettere chiedendo la compilazione di moduli. Inoltre quando si chiude un abbonamento si paga ancora una tassa di suggellamento che sarà pure di pochi euro, ma non c'è più nessuno che venga a impacchettare il televisore che non si usa più".

Ragioni invocate da più parti per l'abolizione del canone. "Credo sia opportuna una modifica della legge - conclude il Garante del Piemonte - una proposta potrebbe essere quella di una tassa sull'acquisto di un televisore in cambio dell'abolizione del canone. In effetti l'origine stessa del canone viene meno, visto che un tempo doveva servire per garantire il servizio pubblico anche nelle zone in cui non rendeva trasmettere, mentre ora con il satellite si arriva ovunque senza problemi".

repubblica.it (24 febbraio 2008)


il servizio

San Francisco - Il traffico e la viabilità cittadina sono questioni sempre più urgenti e l'efficienza dei mezzi pubblici può rappresentare una delle soluzioni più adatte. Per dare al trasporto urbano una caratteristica innovativa e - si spera - un servizio più efficiente, San Francisco ha varato il progetto The Connected Bus: 800 autobus dotati di connessione WiFi per migliorare la qualità della viabilità cittadina.

il servizioI nuovi mezzi pubblici iniziano oggi le loro corse. Chi sta immaginando autobus pieni di passeggeri con laptop aperto e smartphone collegato ad Internet non è fuori strada, ma c'è ben altro: l'iniziativa - parte del più ampio progetto Connected Urban Development program di Cisco - prevede che i mezzi siano dotati di schermi touchscreen interattivi, in grado di fornire ai passeggeri (tra qualche schermata pubblicitaria) le più svariate informazioni sulla tratta urbana, le fermate, i tempi di percorrenza, le emissioni, la qualità dell'aria. Ma anche notizie di interesse turistico, la mappa cittadina e indicazioni sui punti di interesse lungo il percorso.

il servizioIl sistema fornisce anche un diario di bordo, una sorta di "scatola nera" del mezzo, che ha però l'utilità di fornire alla Muni (l'azienda dei trasporti municipale) tutte le informazioni utili per le operazioni di manutenzione dei bus.

Non mancherà, come detto, la possibilità di fruire di un accesso Internet gratuito (o meglio, compreso nel costo della corsa), ma chi sfrutta l'autobus per coprire una breve distanza urbana lo apprezzerà poco.

Il bus prevede anche la tecnologia Transit Signal Priority, che conta i passeggeri e che consente, al veicolo più "popolato", di avere priorità agli incroci rispetto agli autobus più vuoti: i semafori, sincronizzati con il contapersone a bordo dei mezzi, concederanno più rapidamente il verde agli autobus più affollati.

Dario Bonacina - punto informatico

Creare il Tuo Video

Voglio solo limonare

Ovviamente, la prima cosa da fare è proprio creare un video partendo da zero. Ci sono molti motivi differenti per girare un video e pubblicarlo online. Ecco quali sono gli utilizzi più comuni dei video online.

In questa guida per chi inizia a pubblicare video online, ti mostrerò tutto quello che c’è da sapere per metterti subito all’opera e, al tempo stesso, diventare un vero guru dei video online. Ti farò vedere:
  • Come creare il tuo video. Ti consiglierò gli strumenti più adatti per girare un video da inserire nel tuo blog, per creare una trasmissione in diretta come quelle della TV tradizionale, per registrare un’intervista anche a chilometri di distanza, per mostrare agli altri uno screencast del tuo schermo o più semplicemente per fare una compilation di tanti video messi insieme.
  • Come editare i video, aggiungere effetti particolari ed esportare il tuo video in diversi formati grazie a servizi online e programmi da installare sul tuo computer.
  • Dove pubblicare il tuo video online e quali sono le differenze e le varie offerte dei servizi attualmente disponibili.
  • Come monetizzare i video, cioè cosa fare per riuscire a guadagnare dei bei soldoni con il tuo video.
  • Quale tipo di licenza scegliere per i tuoi video, per fare in modo che la comunità online possa condividerlo con gli altri in tutta tranquillità e senza correre alcun rischio.
  • Come promuovere il tuo video grazie ad alcuni piccoli suggerimenti pratici, per far si che il tuo video venga visto da più gente possibile.
  • E infine ...

  • Una serie di risorse aggiuntive, dove potrai trovare tanto altro materiale interessante se sei appassionato di video publishing e vuoi imparare sempre meglio come pubblicare video online.

Allora, sei pronto?! ;-)

Ecco i dettagli:

Video Blogging

Se vuoi entrare subito nel mondo del video publishing, ti basta semplicemente aprire un video blog, quello che in gergo viene anche detto “vlog”. Creare un video blog è semplicissimo ed è praticamente a costo zero. Infatti, su internet ci sono un sacco di piattaforme dove puoi aprire un blog e un bel po’ di strumenti gratuiti che ti aiuteranno a creare il tuo personalissimo video show.

Un video blog è essenzialmente un blog utilizzato per pubblicare video online periodicamente. Nel video si può parlare di tutto: dagli argomenti più impegnativi a quelli più frivoli. Per realizzare un video da pubblicare su un video blog, il più delle volte l’autore si posiziona davanti a una telecamera o addirittura davanti alla sua webcam e comincia a parlare.

In genere, se il contenuto del video è interessante, il pubblico è disposto tranquillamente a fregarsene della scarsa qualità del video. Tuttavia, esistono dei semplici accorgimenti da seguire che sono in grado di migliorare la qualità complessiva del video e rendere questo formato, così semplice e casereccio, ancora più intrigante.

Per capire meglio di cosa sto parlando, guarda questo video di Eric Beck di Indy Mogul, in cui l’autore ha messo insieme spezzoni di video che mostrano quali sono le diverse angolazioni di ripresa che potrebbero rendere il tuo video ancora più interessante. Le stesse tecniche di ripresa sono utilizzate da video blogger famosi come Ze Frank e video blog come Ask a Ninja.

Se hai una certa dimestichezza con i video, puoi anche inserire scritte in sovraimpressione o screencast. Non hai limiti alla tua creatività. Per avere un'idea di fin dove si possa arrivare ti consiglio di dare un’occhiata ai bellissimi video online del team Rocketboom.



Trasmissioni in Diretta

Se vuoi un approccio ancora più soft al video publishing puoi seguire l’esempio di Robin Good, Justine Kan e Chris Pirillo.

Far questo tipo di video è molto semplice! Non devi fare altro che registrarti a servizi come Ustream, Mogulus, JustinTV, BlogTV o Operator11, girare la webcam verso di te e iniziare subito a trasmettere, in diretta streaming, in tutto il mondo.

Non appena hai finito di girare il video, il tuo lavoro viene salvato, in modo che tu possa rivederlo subito dopo o utilizzarlo successivamente all’interno del tuo sito web o blog…figo! ;-)

A mio parere, la piattaforma più stabile tra tutte quelle che ti ho elencato è Ustream. Tra l’altro, è anche quella usata da Robin Good per trasmettere in diretta il su programma ”Come Aiutare i Piccoli a Diventare Grandi”. Se poi hai bisogno di fare anche delle interviste a distanza, servizi come Mogulus e Operator11 sono quello che fa per te.

Se vuoi saperne di più su tutti questi bei servizi, ti consiglio di dare un’occhiata alla mia mini guida per trasmettere in diretta via web oppure all’articolo di Robin Good “UStream VS Mogulus”.



Interviste a Doppio Schermo

Se vuoi fare interviste a doppio schermo, credo di avere quello che fa per te. Così potrai fare delle interviste online con i tuoi contatti a qualunque distanza essi si trovino…non è fantastico?!

Uno degli strumenti che ti consiglio di utilizzare per fare le tue interviste online è SightSpeed, di cui proprio Robin Good ha scritto una bella recensione qualche tempo fa. Con SightSpeed puoi registrare una video intervista con la stessa facilità con cui fai una videochiamata. Tutto il video sarà salvato in un unico file o in più file separati, in modo che tu possa editarli successivamente. In più, SightSpeed è compatibile sia con Mac che con Windows, quindi è un valido strumento cross-platform.

Un altro bel programma per fare delle interviste online è iChat della Apple, che nella sua ultima versione è stato ulteriormente migliorato. Purtroppo, ha l’inconveniente di non girare sotto Windows, ma se devi registrare interviste solo da Mac a Mac, secondo me iChat non ha rivali.

Altrimenti, puoi utilizzare il servizio BlogTV, anche se la qualità dei video è decisamente inferiore di quella raggiungibile con SightSpeed.



Mashup

Naturalmente, non devi per forza registrare il tuo video partendo da zero. Se ti va, puoi creare un mashup di video. In questo caso, le possibilità che hai a disposizione sono infinite.

Fare un mashup significa prendere materiale video preesistente, modificarlo, tagliarlo e remixarlo per creare un video possibilmente ancora più interessante. Per fare questo, puoi utilizzare gli strumenti gratuiti che tra poco ti mostrerò.

Se non vuoi avere problemi, ti consiglio di utilizzare per i tuoi mashup soltanto materiale video non coperto da diritti d’autore. Non è una cosa impossibile, infatti, utilizzando la Creative Commons Search puoi trovare un marea di roba sotto Licenza Creative Commons che puoi usare in tutta tranquillità. Altrimenti, puoi sempre utilizzare materiale video completamente gratuito.

Se non sai dove trovarlo, ti consiglio di guardare la mia guida su dove trovare materiale video gratuito.



Screencast

Un altro modo semplice per fare un video da mandare online è creare uno screencast.

In parole povere uno screencast è una registrazione video di ciò che appare nello schermo del tuo computer. E’ l’ideale se vuoi mostrare ad altre persone il funzionamento di un software, fare la review di un servizio, un tutorial e tanto altro ancora.

Se vuoi creare uno screencast hai a disposizione un sacco di strumenti. Per farti un’idea, puoi iniziare a dare un occhiata al post sul blog Loose Wire che raccoglie i migliori tool per lo screencasting.

Probabilmente, il migliore è Camtasia Studio. Se sei un utente Mac ti consiglio anche iShowU, Screenflick o Snapz Pro X.

Se vuoi un’alternativa gratuita puoi optare su Camstudio per Windows oppure su Istanbul e Wink per Mac, che sono compatibili anche con Windows.

Secondo me, la soluzione più semplice per fare uno screencast è usare Jing, il nuovo progetto di casa TechSmith, già produttore del famoso Camtasia Studio. L’ho recensito personalmente tempo fa qui su Master New Media.

Quando hai del materiale video a tua disposizione, puoi editarlo e aggiungere effetti particolari, per renderlo ancora più professionale. Per fare questo, puoi utilizzare sia strumenti gratuiti disponibili online, sia programmi da installare direttamente sul tuo computer.



Editare il Video Sul Tuo Computer

Il modo più semplice per editare un video è utilizzare gli strumenti che hai a disposizione gratuitamente all’interno del tuo sistema operativo. Ad esempio, se sei un utente Windows puoi utilizzare Windows Movie Maker, mentre sei un utente Mac puoi utilizzare iMovie. Se invece hai sistema operativo GNU/Linux puoi utilizzare Kino.

Con ciascuno di questi programmi di video editing hai la possibilità di prendere i video girati con la tua telecamera o con la webcam e di metterli su una timeline, per modificarli o aggiungere effetti video particolari, come transizioni e dissolvenze.

Se vuoi diventare un vero guru del video editing, lo strumento professionale per eccellenza è Final Cut Studio 2 della Apple. Altri strumenti per il video editing a livello professionale sono la suite Adobe CS3 Production Premium oppure Sony Vegas e Avid. Se sei intenzionato ad acquistare uno di questi prodotti, ti consiglio di iniziare subito a mettere da parte un bel gruzzoletto di soldi, perché costano davvero tanto.

Se sei un utente Mac, ti consiglio anche Final Cut Express, che ha funzionalità ridotte rispetto a Final Cut Pro, ma ha anche un prezzo decisamente più abbordabile. Se sei un utente Windows puoi trovare un prodotto simile dando un’occhiata alla famiglia di prodotti Sony Vegas più adatta alle tue esigenze.

Se invece vuoi un software di video editing gratuito e multi-piattaforma, una valida alternativa è Jahshaka.

Appena hai finito di editare il tuo video ti può essere utile esportarlo anche in altri formati. Personalmente, ti consiglio di esportare il tuo video seguendo questi parametri:

  • Audio MP3, perché ormai è un formato di uso comune e soprattutto è molto leggero.
  • Video a risoluzione 640 x 480, se fai ancora dei video per le TV Tradizionali in formato 4:3. Se invece lavori in formato widescreen 16:9, puoi ottenere degli ottimi risultati a una risoluzione di 520 x 288 (PAL - Europa) oppure di 520 x 292 (NTSC - America e Giappone).

    Ma comunque, finché mantieni una proporzione video (aspect ratio) tra 4:3 e 16:9 non dovresti avere alcuna distorsione del video.

  • Qualità media, se ne hai la possibilità.
  • Bitrate tra 300 e 700Kbps, in relazione a chi è il tuo pubblico e a quanti utenti sei disposto a perdere alzando il valore del bitrate.
  • Codifica H.264, se hai la possibilità di impostarla.



Editare il Video Direttamente Online

Se vuoi editare e aggiungere effetti particolari al tuo video direttamente dalla finestra del tuo browser, anche qui non hai che l’imbarazzo della scelta.

A mio avviso, i due migliori servizi di video editing online sono Jumpcut e Eyespot. Entrambi questi strumenti, ti permettono, con una certa semplicità, di uploadare, tagliare, aggiungere effetti particolari ai tuoi video e di condividere il risultato finale sul web.

Se vuoi uno spunto per dare un’occhiata anche ad altri servizi puoi consultare la mini guida ai servizi di video editing di Livia Iacolare. Se desideri saperne di più su Jumpcut e Eyespot leggi la recensione di Robin Good.

Se poi hai bisogno di aggiungere anche dei sottotitoli o altre cose del genere al tuo video, ti consiglio di dare un’occhiata a BubblePLY.



Articolo pubblicato su Master New Media Italia (http://www.masternewmedia.org/it) con il titolo "Pubblicare Video Online: Guida Al Video Publishing Per Chi Inizia - Parte 1" (link all'articolo originale http://www.masternewmedia.org/it/video_online_internet_television/pubblicare-video-online/guida-al-video-publishing-per-chi-inizia-parte-1-20080212.htm". Rilasciato sotto licenza CC by-nc-sa 1.0 e ripubblicato con il permesso dell'editore".

Product Placement: Café-Tasse
Sono in molti ad aver scritto a Punto Informatico in questi mesi chiedendo lumi sull'applicazione di quanto previsto dal DPR 633/72, ovvero l'obbligo di pubblicazione in home page della partita IVA. Non c'è molto da dire se non che, come previsto da tempo, l'Agenzia delle Entrate ha effettivamente iniziato a irrogare multe da centinaia di euro ai siti inadempienti.

Nella comunicazione della sanzione, riportata qui in basso, si legge che l'obbligo è in vigore dal dicembre 2001 e si fa riferimento alla Risoluzione della stessa Agenzia, la 60 del maggio 2006, in cui si afferma:

Il numero di Partita Iva, attribuito dagli Uffici dell'Agenzia a quanti intraprendono l'esercizio di impresa, arte o professione nel territorio dello Stato, deve essere indicato nella home-page del sito web anche nel caso in cui il sito venga utilizzato per scopi meramente propagandistici e pubblicitari, senza il compimento di attività di commercio elettronico
Per quanto paradossale possa sembrare un obbligo indifferibile di questo tipo a qualsiasi web designer, per quanto il numero di Partita Iva potrebbe tranquillamente trovare posto in una pagina dedicata del sito, quel numerino per le attività di "impresa, arte o professione" deve essere apposto in home-page.

In caso di omissione, la sanzione minima è di 258 euro ma può salire fino a 2.065 euro.

Ma ecco qui di seguito il testo della missiva giunta ad un lettore di Punto Informatico per una violazione "riscontrata" in data 22 gennaio 2008.



la raccomandata dell'Agenzia


la raccomandata dell'Agenzia


la raccomandata dell'Agenzia

Da oggi la grande rassegna della comunicazione mobile
Atteso l'esordio della piattaforma Android, dal gigante web
Mobile world congress a Barcellona
riflettori sul telefonino di Google
dal nostro inviato ERNESTO ASSANTE

Mobile world congress a Barcellona
riflettori sul telefonino di Google

BARCELLONA - Oggi uno degli oggetti più attesi dell'anno si mostrerà per la prima volta: il Google Phone. Il luogo è Barcellona, l'occasione è quella dei Mobile World Congress che animerà le giornate spagnole fino al 14. Quattro giorni di fiera e di congresso, nel quale l'intera industria della comunicazione mobile si da convegno per tracciare un bilancio, per presentare le proprie novità, per illustrare le tendenze del futuro di un settore che continua ad essere in straordinaria evoluzione.

I temi sono quelli della comunicazione mobile, il Wi-Max, la tv, il gps, i contenuti (musica, giochi, cinema) ma a farla da padrone saranno come sempre le macchine, i nuovi modelli di smartphone, di Gps, di Pda, di telefoni cellulari, di console, di lettori mp3, di computer, di software, tutto quello che può essere messo in tasca o portato in giro con poco peso. E che, proprio per questo, sta cambiando il nostro modo di comunicare e di vivere l'intrattenimento. E che l'intrattenimento mobile diventi ogni giorno più importante lo conferma la presenza a Barcellona di Robert Redford, che martedì sera consegnerà i "Mobile Awards" e mercoledì terrà un attesissimo discorso.

I riflettori sono tutti per i primi modelli di telefoni targati Google, basati sulla piattaforma Android. L'azienda britannica di microprocessori Arm ha annunciato infatti che presenterà domani un prototipo di telefono cellulare basato proprio su questa piattaforma open source Google. Finora non è mai stato visto in pubblico alcun prototipo del telefonino di Google, annunciato lo scorso novembre insieme a 33 partner e del quale si parla da oltre un anno. Si tratterà comunque di un prototipo, perché i primi modelli veri e propri dovrebbero arrivare sul mercato non prima della seconda metà dell'anno. Sia T-Mobile di Deutsche Telekom che la taiwanese High Tech Computer (HTC) hanno detto di avere in programma di offrire telefoni basati su piattaforma Android.

Moltissime le novità sul fronte dei cellulari, a partire dalla Nokia, che presenterà i suoi nuovi modelli di "convergenza", quelli della NSeries, primo fra tutti l'N96, un macchina "mostre" con camera digitale da 5.0 megapixel, display da 3.2 pollici touchscreen e memoria da 16 Gbyte. A fargli concorrenza ci saranno la LG, la Samsung, con la serie SGH-G810 con camera da 5.0 megapixel e schermo "touch", la Hewlett Packard, la Sony Ericsson e la Motorola, concentrati a proporre terminali "touch" con eccellenti funzioni musicali e video. Grande assente sul fronte dei telefoni la Apple, che dopo il lancio dell'iPhone in alcuni paesi europei sta prendendo tempo prima di proporre al mercato la versione Umts della sua macchina multimediale. Ma già circolano voci su un possibile "evento" Apple a fine febbraio che potrebbe sciogliere molti dubbi.

(11 febbraio 2008)



Sabato 9 febbraio 2008 entra in vigore la contestata modifica alla legge sul diritto d'autore che permette la pubblicazione su internet di "immagini e musiche degradate per usi didatti e scientifici". Si tratta della prima norma in Italia ad autorizzare la pubblicazione online di intere opere coperte da copyright, ma anche la prima a stabilire limiti qualitativi alla diffusione sul web. Un successivo decreto ministeriale dovrà, infine, indicare i confini per gli usi didattici e scientifici.

Insomma: una norma con qualche liberalizzazione e molti paletti. Ma vediamola nel dettaglio. Questo il testo del nuovo comma 1 bis (art. 70) in vigore da sabato:

È consentita la libera pubblicazione attraverso la rete internet, a titolo gratuito, di immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate, per uso didattico o scientifico e solo nel caso in cui tale utilizzo non sia a scopo di lucro. Con decreto del Ministro per i beni e le attività culturali (...) sono definiti i limiti all'uso didattico o scientifico di cui al presente comma.
Le ambiguità del testo saltano subito all'occhio. Si parla di "musiche", senza citare la parte letteraria: sono escluse quindi le trasmissioni radiofoniche e, secondo alcune interpretazioni, addirittura anche le canzoni (il fatto che il comma non liberalizzi le opere testuali rafforza quest'idea). Si parla di "immagini", termine che include le fotografie ma, stando al resto della legge, escluderebbe i video. Si parla di "degrado", senza dare alcuna definizione o riferimento in proposito. Si parla di "usi didattici o scientifici": termini presenti in più punti nella legge sul diritto d'autore ma dei quali manca una definizione univoca. Mancano, infine, i limiti di utilizzo che verranno istituiti per decreto dal prossimo ministro della cultura.

Allo stato attuale, perciò, si ha per le mani una norma che si presta alle più diverse interpretazioni ed è quindi difficile e pericolosa da applicare.
In attesa del decreto ministeriale che potrebbe cambiare lo stato delle cose, si è scatenato un putiferio in rete. Da un lato c'è chi afferma che gli mp3 e le immagini jpg, essendo formati compressi, sono per loro stessa natura degradati e quindi liberamente scambiabili. Dall'altro chi afferma che il degrado sarà stimato in base agli standard della rete (e sarà quindi ancora maggiore), visto che il testo si riferisce specificamente all'uso su internet. Altri ancora propongono stime differenti. Molte perplessità anche sul cosa siano gli "usi didattici e scientifici" e su quali saranno i limiti a riguardo imposti dal futuro decreto: non ci sono, infatti, precedenti univoci in questo senso.

Insomma: una legge animata da buoni propositi ma che rischia di trasformarsi in un pericoloso boomerang per il mondo della Rete, perché nessuno può sapere come verrà applicata.

Solo pochi giorni fa, intanto, il giurista Andrea Monti in un'intervista a Repubblica.it aveva acceso le speranze di molti navigatori e blogger nazionali; secondo Monti, a causa di un errore, la nuova legge liberalizzerebbe lo scambio peer to peer di materiale coperto da copyright. Immediate le repliche critiche, tra le quali quella del noto giurista informatico Guido Scorza che parlava di "un'iperbole difficilmente sostenibile". Enzo Mazza, presidente FIMI (Federazione dell'industria musicale italiana), intanto, cassava ogni speranza sul nascere affermando: "la legge non ci preoccupa perché sappiamo già come sarà il decreto che fisserà i paletti: per uso didattico si intenderanno solo i siti che si occupano ufficialmente di didattica, quindi istituzioni accademiche. Nemmeno i siti personali di professori". Un'affermazione che ha lasciato interdetti in molti, poiché, se interpretata letteralmente, prefigurerebbe la conoscenza anticipata da parte dell'industria musicale di un decreto di esclusiva competenza del Ministero, il quale dovrebbe emanarlo tutelando gli interessi di tutti i cittadini: non solo quelli delle major.

Ma qual è la genesi di questa nuova norma? E perché è nata con un testo così approssimativo? Facciamo un passo indietro. Il nuovo comma, approvato nel dicembre 2007 su proposta della Commissione Cultura di Pietro Folena, nasce dalla pressione esercitata dal web e dalla comunità di Wikipedia a seguito della nota vicenda sulla "libertà di panorama" (ovvero l'impossibilità di riprodurre liberamente sul web monumenti e palazzi). La prima versione del testo, infatti, parlava esplicitamente di liberalizzare gli usi "didattici ed enciclopedici" sul web: ciò di cui si occupa Wikipedia, insomma. In seguito alla discussione, si è poi deciso di modificare il testo in un più generico "usi scientifici".

Non solo: la norma è stata inserita quasi di straforo all'interno di un disegno di legge che prevedeva alcune modifiche allo status della SIAE, modifiche molto importanti ed utili per le corporazioni coinvolte e quindi urgenti da approvare.

Si tratta, insomma, di una norma animata da intenti innovativi ma scritta ed approvata in grande fretta e avendo in mente un singolo problema, quello di Wikipedia (problema, a quanto pare, nemmeno risolto). Difficile e pericoloso applicarla ora all'intero Web, oltrettutto in mancanza del decreto attuativo che indicherà i limiti alla libertà di diffusione.

La situazione governativa italiana non lascia presagire tempi brevi per l'emanazione del decreto, né si può intuire a priori quali saranno le direzioni politiche che lo ispireranno a seguito delle prossime elezioni. Intanto, in attesa di novità, l'estrema cautela sulla pubblicazione online di materiale coperto da copyright resta d'obbligo.

Luca Spinelli - puntoinformatico.it

<B>Documenti, OOXML contro ODF<br>L'importanza di essere standard</B>
E' ormai scontro aperto fra Microsoft e il mondo open source
Dal 25 febbraio a Ginevra si decide se dire sì o no a Redmond
Documenti, OOXML contro ODF
L'importanza di essere standard
Potrebbe essere l'ultimo atto della "guerra dei formati",
che l'azienda di Bill Gates non può permettersi di perdere

di RICCARDO BAGNATO - repubblica.it

L'HANNO chiamata la "guerra dei formati". Ovvero dei linguaggi che permetteranno di copiare e salvare i contenuti digitali da un'applicazione all'altra senza problemi. Da una parte Microsoft e dall'altra una comunità open source sempre più ampia, sempre più agguerrita. Che è riuscita a raccogliere online oltre 80mila firme contro l'azienda di Redmond, e che - anche grazie al sostegno di aziende come Sun Microsystems e Ibm - sta tenendo sotto scacco un gigante industriale da 290 miliardi di dollari da più di sei mesi.

Una guerra in cui si intrecciano tecnicismi, reciproche accuse, interessi economici, scenari futuribili, accordi informali e sigle di organizzazioni internazionali sconosciute ai più. Come ISO, l'Organizzazione Internazionale per le Standardizzazioni con sede a Ginevra, ovvero l'ente pubblico preposto all'armonizzazione di tutti gli standard (di cui un esempio comune è l'ISO 9001 per la certificazione di qualità), in cui hanno diritto di voto aziende e istituzioni. Come Ecma, ente privato americano per la certificazione di standard, di cui sono membri le dotcom più importanti degli Stati Uniti. O come Oasis, un consorzio non profit, anch'esso per la promozione di standard informatici di cui fanno parte Sun Microsystems, Sap, Bea e Ibm.

Occhi puntati quindi su Ginevra, dove sigle, aziende ed esperti si sono dati appuntamento dal 25 al 29 febbraio prossimi per discutere, appunto, del formato "Office Open XML" promosso dall'azienda di Redmond. Obiettivo: approvarlo una volta per tutte o respingerlo.

Terzo e ultimo atto di una sceneggiatura scritta a più mani, quella che vede OOXML protagonista indiscusso, e cominciata nel novembre 2005 quando Microsoft, con l'appoggio di una serie di imprese e organizzazioni (da HP ad Apple, dalla British Library a Intel), presentò a Ecma International il suo formato Office Open XML, affinché diventasse standard di mercato.

L'approvazione avvenne il 7 dicembre 2006, fra i mugugni del consorzio Oasis e dell'Open Document Format Alliance (di cui fanno parte comunità open source del calibro di Gnome, Red Hat, Mandriva, Kde, così come aziende del calibro di Google e Oracle), sostenitrici entrambi dello standard di diritto, l'ODF, approvato dall'ISO nel novembre 2006.

Fatto questo, mancava solo un passaggio fondamentale: l'approvazione dello standard Ecma-376 da parte di ISO. Ma una volta presentata, nel settembre dell'anno successivo, la richiesta venne respinta dall'ente pubblico ginevrino. La votazione vide contrapposti Microsoft da una parte e Ibm, Sun e Google dall'altra.

A quel punto bisognava fare in fretta: sei-settimane-sei a disposizione per recepire le modifiche suggerite dall'Organizzazione Internazionale per le Standardizzazioni, e portare a casa il risultato che sembrava essere sfuggito per un soffio. Indicazioni che hanno trovato puntualmente posto qualche settimana dopo - e arriviamo a giorni nostri - nel nuovo documento che sarà discusso a Ginevra al fine febbraio. Se tutto andrà come spera Microsoft, quindi, se non ci saranno altri ostacoli, dovranno passare altri trenta giorni, e alla fine di marzo ISO voterà di nuovo. A quel punto Ginevra accoglierà o rifiuterà lo standard proposto dall'azienda. E non ci sarà possibilità di appello.

Ma perché è così importante per la società di Redmond che Office Open XML diventi uno standard di diritto? "Da che mondo e mondo l'uomo ha tramandato la propria storia grazie alla possibilità di scrivere documenti e trasferirli da un supporto all'altro, di generazione in generazione" - spiega Pier Paolo Boccadamo, responsabile strategia di piattaforma Microsoft, che aggiunge - "ecco perché abbiamo implementato un formato che permette l'interoperabilità fra le diverse applicazioni, che riteniamo migliore rispetto allo standard ODF. Perché qualsiasi cosa si scriva o si produca coi nostri prodotti, ma anche con quelli degli altri, non vada persa e anzi si conservi esattamente com'è".

La prende da lontano il responsabile Microsoft, ma si capisce subito che il problema è serio, dannatamente serio. Il fatto poi che l'11 gennaio scorso, a poco più di un mese dall'incontro di Ginevra, l'istituto di ricerca indipendente Burton Group abbia reso pubblico uno studio in favore di Office Open XML non sorprende nessuno, tanto meno Boccadamo: "Ma è ovvio che aziende come Burton Group seguano i temi più dibattuti del momento - chiosa il manager Microsoft - e cerchino così un po' di visibilità. Questo non vuol dire, però, in nessun modo che quello studio sia stato commissionato o che non sia autorevole".

Non la pensa così Italo Vignoli, responsabile comunicazione dell'associazione non profit PLIO per la diffusione della suite open source Open Office, che il 31 gennaio ha diramato una comunicazione ufficiale dal titolo Office Open XML, 10 volte 'no grazie': il PLIO commenta il report di Burton Group: "Dico solo che si tratta di una strana coincidenza - afferma il rappresentante di PLIO - e che in generale lo studio mette in luce alcuni punti omettendone però altri". Ad esempio? "Beh, attribuisce alla scelta del formato ODF una connotazione politica contraria a Microsoft che non ha alcun riscontro nelle decisioni dei governi (o degli enti e delle aziende) che lo hanno adottato. Così come - continua Vignoli - considera solo la realtà statunitense, o afferma che OOXML è un 'formato aperto e basato su standard', evitando di rilevare che l'implementazione è legata a numerose tecnologie proprietarie Microsoft".

ODF contro OOXML quindi. Ovvero OpenOffice contro Microsoft Office, e siamo daccapo. "Non proprio" ci tiene a precisare Boccadamo: "Innanzitutto non c'è scritto da nessuna parte che non ci possano essere più standard. Di fatto ci sono già in molti casi, e non si capisce perché solo in questo e solo a Microsoft debba essere impedito di promuoverne uno. Tanto più che una volta approvato, OOXML diventerebbe proprietà di ISO, non di Microsoft. E poi chiariamoci una volta per tutte - precisa il manager - Microsoft ha fatto uno sforzo enorme per rispondere a tutte le specifiche richieste. Oltre 400 delle nostre persone hanno lavorato l'estate scorsa per perfezionare il documento di presentazione. D'altra parte noi siamo un'azienda - conclude Boccadamo - solo in Italia abbiamo milioni di installazioni di Office. Dobbiamo rispondere ai nostri clienti e permettere loro di lavorare su più piattaforme, prevedendo tutti i possibili scenari futuri verso cui si evolverà la società dell'informazione. Ecco, OOXML permette secondo noi di anticipare questi scenari, ODF no. Liberi poi di usare lo standard che si preferisce".

Tutto chiaro. Peccato che per la comunità open source che ha dato il via alle proteste contro OOXML il problema sia proprio questo: "Il ragionamento non fa una grinza - afferma Italo Vignoli - OOXML garantisce maggiore interoperabilità di ODF. Salvo poi che ODF è uno standard continuamente in progress e quindi non è detto che quello che non può fare oggi non lo possa invece fare domani. Detto questo, il punto è che per esempio alcune funzioni che OOXML ha in più si basano su software proprietario che la suite Open Office, ad esempio, proprio perché open source, non potrà mai implementare".

"Nessuno ha mai detto che uno standard debba essere open source" chiarisce ancora Boccadamo: "Un open standard è un insieme di specifiche efficienti ed efficaci che tutti possono usare e che valgono per tutti nello stesso modo". "Il problema" ribatte Vignoli "è che però solo uno, in questo caso Microsoft, può eventualmente implementarle tali specifiche o modificarle. Tanto che la versione 3.0 di OpenOffice che rilasceremo a settembre di questo anno conterrà le specifiche OOXML, ma solo in lettura. E non potremmo mai implementarle, nemmeno se Microsoft ci desse il permesso. Noi, infatti, come software open source non possiamo comprendere parti di codice proprietario".

Il ruolo delle amministrazioni pubbliche
Problemi di lana caprina, forse, e per gli addetti ai lavori. Questioni di principio da un lato, di business dall'altro. Ma che sempre più spesso si intrecciano fino a confondersi. Perché dietro a entrambi i modelli, quello open source e quello proprietario, ci sono comunque interessi economici più o meno forti. E in palio per entrambi la decisione di decine di amministrazioni locali e nazionali internazionali, intenzionate - a torto o a ragione - a valutare attentamente non solo l'efficacia dei due standard, ma soprattutto l'impatto economico e politico che l'adozione di uno standard rispetto a un altro per i propri servizi può avere sul mercato e sui cittadini. In altre parole se agevolare posizioni ritenute già dominanti sul mercato oppure no.

Se infatti l'Italia non ha ancora deciso, l'Olanda ha recentemente adottato lo standard ODF per la pubblica amministrazione, così come hanno già fatto Giappone, Belgio e Sud Africa. In Francia invece, l'Afnor, l'ente che rappresenta ISO nel paese d'Oltralpe, ha invitato Ecma a far convergere i due standard. Mentre l'Unione europea ha lanciato il 15 gennaio scorso un'inchiesta ai danni del Big di Redmond inerente proprio lo standard OOXML. La Commissione intende infatti verificare se Microsoft abbia nascosto informazioni ai competitor, in particolare a quelle imprese che volevano realizzare software compatibili con Windows. A rendere questa inchiesta ancora più scivolosa, il fatto che la Commissione abbia specificato di volersi accertare se il formato definito da Microsoft, Office Open XML, "sia sufficientemente interoperabile con i prodotti dei competitor dell'azienda".

Sommersa dal clamore che ha avuto l'offerta pubblica di acquisto contro Yahoo! di qualche giorno fa, "la guerra dei formati" sembra essere dunque passata in secondo piano, quando in realtà è l'altra faccia della stessa medaglia. Se infatti l'Opa da 44.6 miliardi di dollari lanciata contro il numero 2 dei motori di ricerca mira ad aumentare la propria presenza online recuperando fette del mercato pubblicitario, Bill Gates & Co non possono scordare grazie a chi lo hanno potuto fare. Devono, ma soprattutto sembra vogliano, garantire un futuro roseo al proprio gioiello di sempre - Windows e soprattutto Office - a quella gallina dalle uova d'oro che quest'anno sperano farà guadagnare loro 17 miliardi di dollari, pari a quasi un terzo delle entrate complessive previste per l'anno fiscale 2008 che si chiude a luglio. E che permetterà a Steve Ballmer, amministratore delegato dell'azienda, di continuare lo shopping online così come ha annunciato di fare. Ecco perché la questione degli standard aperti è una delle priorità per i vertici Microsoft. Perché non basta voler essere standard "di fatto" - da sempre unico vero obiettivo e ossessione per un'azienda come Microsoft - per esserlo sarà necessario anticipare gli scenari possibili prima che lo facciano altri. Prima che lo faccia Google. Convincere i governi fugando ogni dubbio sull'efficacia, la trasparenza e l'interoperabilità dei propri prodotti diventa un must. Diventare uno standard ISO, una strada obbligata.


D'altra parte la miglior difesa è l'attacco, e Steve Ballmer lo sa. Nessuno meglio di lui lo può sapere. Proprio adesso che Bill Gates sembra volersi ritirare a più benefiche occupazioni. Così come sa che i prossimi mesi per la sua azienda saranno cruciali. Riposizionamento online da un lato grazie all'acquisizione di Yahoo! (ma anche di un altro motore di ricerca come il norvegese Fast Search), così come accordi pubblicitari con importanti partner del calibro ad esempio del Wall Street Journal di Rupert Murdoch. E dall'altro partnership strategiche, alcune delle quali rivolte alla comunità open source e agli organismi internazionali per estendere ulteriormente l'interoperabilità di Windows e garantire lunga vita al proprio software, grazie al quale Microsoft si può permettere a sua volta una, dieci, cento Opa da 45 miliardi di dollari.

Tra il mantenimento delle posizioni offline e la riscossa online, l'azienda di Seattle sta cercando il giusto equilibrio, si sta trasformando, senza però mai perdere di vista l'essenziale che, come diceva il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry, è invisibile agli occhi: il conto in banca.

E se per farlo dovrà rimangiarsi gli strali che proprio lui, Steve Ballmer, lanciò nei confronti di Linux & Co nel 2001 quando paragonò il mondo open source a un cancro che aggredisce la proprietà intellettuale, lo farà. Se dovrà ammettere che l'acquisto di Yahoo! è la controprova che il portalone Msn. com e Windows live non hanno raggiunto i risultati attesi, lo ammetterà. Se infine dovrà modificare il proprio modello di business alla luce di quanto sta facendo il suo peggior incubo, Google, per diventare più veloce e più open, lo cambierà. Anzi, a guardarci bene, pare lo stia già facendo.

(6 febbraio 2008)

<B>Wimax, sarà un servizio capillare <br>l'asta a 50 milioni, adesso i rilanci</B>

Il ministero delle Comunicazioni ha ultimato l'apertura delle buste. E sono in tutto 179 le offerte ritenute valide. L'asta a 50 milioni, adesso i rilanci
ALESSANDRO LONGO - Repubblica.it

È ARRIVATA a quota 49 milioni e 800 mila euro l'asta WiMax: lo ha appena comunicato il Ministero delle Comunicazioni, avendo ultimato l'apertura delle buste. Si arriva a questa cifra sommando il valore delle offerte migliori, in tutto 179 quelle ritenute valide, quelle cioè che sono state ammesse alla seconda fase della gara: la fase dei rilanci, che partirà il 13 febbraio 2008. Con il valore degli eventuali rilanci, la somma che entrerà nelle casse del Ministero è destinata quindi a salire.

Una buona notizia è che le offerte coprono tutti i 35 diritti d'uso (macroregionali e regionali), quindi è molto probabile ci saranno servizi WiMax capillari, in tutte le zone previste per la futura copertura. Il Ministero ha pubblicato anche l'elenco delle aziende che hanno presentato le offerte.

Si apprende così che le più importanti arrivano da Telecom Italia, Ariaadsl, A. F. T., Elettronica Industriale (Mediaset), E-Via (Gruppo Retelit), Wind e Toto Costruzioni (AirOne), che stanno partecipando su più macro regioni. In particolare, Telecom, Ariadsl, A. F. T. ed Elettronica Industriale stanno gareggiando per tutto il territorio nazionale, da Nord a Sud. Le offerte più consistenti in assoluto sono venute però da Toto Costruzioni, per le due licenze macroregionali relative al Veneto, Friuli Venezia Giulia, Marche, Emilia Romagna: 3,521 e 3,511 milioni di euro. In altre macroregioni, le offerte migliori sono invece sullo stesso livello, a volte con un solo euro di differenza.
Più defilata la presenza di Fastweb, che gareggia solo per le licenze regionali relative alla Lombardia e al Veneto (ha offerto 2,990 milioni e 1,418 milioni, rispettivamente).

La fase dei rilanci stabilirà quale azienda si aggiudicherà in effetti la licenza per ciascuno dei 35 diritti d'uso. Per adesso è certo solo quali sono le aziende interessate alle singole zone in cui è stata divisa l'Italia. Potranno gareggiare, con i rilanci, solo nelle zone dove hanno presentato offerte ammesse nella prima fase.

"La seconda fase durerà qualche giorno, ma dipende da quanto sarà accanita la gara, che sarà a rilanci multipli", dicono dal Ministero delle Comunicazioni a Repubblica.it. "Da notare la presenza massiccia di piccoli soggetti, oltre che dei grandi operatori, e di aziende come Mediaset, che sta gareggiando per una copertura capillare da Nord a Sud".

Le licenze WiMax che ora sono all'asta permetteranno l'arrivo di offerte banda larga, per la casa e l'ufficio, nelle zone non raggiunte da Adsl. Prezzi e velocità, secondo l'esperienza degli altri Paesi europei (che già hanno offerte WiMax in commercio), sono simili a quelli delle Adsl. In Italia i primi servizi al pubblico dovrebbero arrivare nella seconda metà dell'anno.

(4 febbraio 2008)