<B>Documenti, OOXML contro ODF<br>L'importanza di essere standard</B>
E' ormai scontro aperto fra Microsoft e il mondo open source
Dal 25 febbraio a Ginevra si decide se dire sì o no a Redmond
Documenti, OOXML contro ODF
L'importanza di essere standard
Potrebbe essere l'ultimo atto della "guerra dei formati",
che l'azienda di Bill Gates non può permettersi di perdere

di RICCARDO BAGNATO - repubblica.it

L'HANNO chiamata la "guerra dei formati". Ovvero dei linguaggi che permetteranno di copiare e salvare i contenuti digitali da un'applicazione all'altra senza problemi. Da una parte Microsoft e dall'altra una comunità open source sempre più ampia, sempre più agguerrita. Che è riuscita a raccogliere online oltre 80mila firme contro l'azienda di Redmond, e che - anche grazie al sostegno di aziende come Sun Microsystems e Ibm - sta tenendo sotto scacco un gigante industriale da 290 miliardi di dollari da più di sei mesi.

Una guerra in cui si intrecciano tecnicismi, reciproche accuse, interessi economici, scenari futuribili, accordi informali e sigle di organizzazioni internazionali sconosciute ai più. Come ISO, l'Organizzazione Internazionale per le Standardizzazioni con sede a Ginevra, ovvero l'ente pubblico preposto all'armonizzazione di tutti gli standard (di cui un esempio comune è l'ISO 9001 per la certificazione di qualità), in cui hanno diritto di voto aziende e istituzioni. Come Ecma, ente privato americano per la certificazione di standard, di cui sono membri le dotcom più importanti degli Stati Uniti. O come Oasis, un consorzio non profit, anch'esso per la promozione di standard informatici di cui fanno parte Sun Microsystems, Sap, Bea e Ibm.

Occhi puntati quindi su Ginevra, dove sigle, aziende ed esperti si sono dati appuntamento dal 25 al 29 febbraio prossimi per discutere, appunto, del formato "Office Open XML" promosso dall'azienda di Redmond. Obiettivo: approvarlo una volta per tutte o respingerlo.

Terzo e ultimo atto di una sceneggiatura scritta a più mani, quella che vede OOXML protagonista indiscusso, e cominciata nel novembre 2005 quando Microsoft, con l'appoggio di una serie di imprese e organizzazioni (da HP ad Apple, dalla British Library a Intel), presentò a Ecma International il suo formato Office Open XML, affinché diventasse standard di mercato.

L'approvazione avvenne il 7 dicembre 2006, fra i mugugni del consorzio Oasis e dell'Open Document Format Alliance (di cui fanno parte comunità open source del calibro di Gnome, Red Hat, Mandriva, Kde, così come aziende del calibro di Google e Oracle), sostenitrici entrambi dello standard di diritto, l'ODF, approvato dall'ISO nel novembre 2006.

Fatto questo, mancava solo un passaggio fondamentale: l'approvazione dello standard Ecma-376 da parte di ISO. Ma una volta presentata, nel settembre dell'anno successivo, la richiesta venne respinta dall'ente pubblico ginevrino. La votazione vide contrapposti Microsoft da una parte e Ibm, Sun e Google dall'altra.

A quel punto bisognava fare in fretta: sei-settimane-sei a disposizione per recepire le modifiche suggerite dall'Organizzazione Internazionale per le Standardizzazioni, e portare a casa il risultato che sembrava essere sfuggito per un soffio. Indicazioni che hanno trovato puntualmente posto qualche settimana dopo - e arriviamo a giorni nostri - nel nuovo documento che sarà discusso a Ginevra al fine febbraio. Se tutto andrà come spera Microsoft, quindi, se non ci saranno altri ostacoli, dovranno passare altri trenta giorni, e alla fine di marzo ISO voterà di nuovo. A quel punto Ginevra accoglierà o rifiuterà lo standard proposto dall'azienda. E non ci sarà possibilità di appello.

Ma perché è così importante per la società di Redmond che Office Open XML diventi uno standard di diritto? "Da che mondo e mondo l'uomo ha tramandato la propria storia grazie alla possibilità di scrivere documenti e trasferirli da un supporto all'altro, di generazione in generazione" - spiega Pier Paolo Boccadamo, responsabile strategia di piattaforma Microsoft, che aggiunge - "ecco perché abbiamo implementato un formato che permette l'interoperabilità fra le diverse applicazioni, che riteniamo migliore rispetto allo standard ODF. Perché qualsiasi cosa si scriva o si produca coi nostri prodotti, ma anche con quelli degli altri, non vada persa e anzi si conservi esattamente com'è".

La prende da lontano il responsabile Microsoft, ma si capisce subito che il problema è serio, dannatamente serio. Il fatto poi che l'11 gennaio scorso, a poco più di un mese dall'incontro di Ginevra, l'istituto di ricerca indipendente Burton Group abbia reso pubblico uno studio in favore di Office Open XML non sorprende nessuno, tanto meno Boccadamo: "Ma è ovvio che aziende come Burton Group seguano i temi più dibattuti del momento - chiosa il manager Microsoft - e cerchino così un po' di visibilità. Questo non vuol dire, però, in nessun modo che quello studio sia stato commissionato o che non sia autorevole".

Non la pensa così Italo Vignoli, responsabile comunicazione dell'associazione non profit PLIO per la diffusione della suite open source Open Office, che il 31 gennaio ha diramato una comunicazione ufficiale dal titolo Office Open XML, 10 volte 'no grazie': il PLIO commenta il report di Burton Group: "Dico solo che si tratta di una strana coincidenza - afferma il rappresentante di PLIO - e che in generale lo studio mette in luce alcuni punti omettendone però altri". Ad esempio? "Beh, attribuisce alla scelta del formato ODF una connotazione politica contraria a Microsoft che non ha alcun riscontro nelle decisioni dei governi (o degli enti e delle aziende) che lo hanno adottato. Così come - continua Vignoli - considera solo la realtà statunitense, o afferma che OOXML è un 'formato aperto e basato su standard', evitando di rilevare che l'implementazione è legata a numerose tecnologie proprietarie Microsoft".

ODF contro OOXML quindi. Ovvero OpenOffice contro Microsoft Office, e siamo daccapo. "Non proprio" ci tiene a precisare Boccadamo: "Innanzitutto non c'è scritto da nessuna parte che non ci possano essere più standard. Di fatto ci sono già in molti casi, e non si capisce perché solo in questo e solo a Microsoft debba essere impedito di promuoverne uno. Tanto più che una volta approvato, OOXML diventerebbe proprietà di ISO, non di Microsoft. E poi chiariamoci una volta per tutte - precisa il manager - Microsoft ha fatto uno sforzo enorme per rispondere a tutte le specifiche richieste. Oltre 400 delle nostre persone hanno lavorato l'estate scorsa per perfezionare il documento di presentazione. D'altra parte noi siamo un'azienda - conclude Boccadamo - solo in Italia abbiamo milioni di installazioni di Office. Dobbiamo rispondere ai nostri clienti e permettere loro di lavorare su più piattaforme, prevedendo tutti i possibili scenari futuri verso cui si evolverà la società dell'informazione. Ecco, OOXML permette secondo noi di anticipare questi scenari, ODF no. Liberi poi di usare lo standard che si preferisce".

Tutto chiaro. Peccato che per la comunità open source che ha dato il via alle proteste contro OOXML il problema sia proprio questo: "Il ragionamento non fa una grinza - afferma Italo Vignoli - OOXML garantisce maggiore interoperabilità di ODF. Salvo poi che ODF è uno standard continuamente in progress e quindi non è detto che quello che non può fare oggi non lo possa invece fare domani. Detto questo, il punto è che per esempio alcune funzioni che OOXML ha in più si basano su software proprietario che la suite Open Office, ad esempio, proprio perché open source, non potrà mai implementare".

"Nessuno ha mai detto che uno standard debba essere open source" chiarisce ancora Boccadamo: "Un open standard è un insieme di specifiche efficienti ed efficaci che tutti possono usare e che valgono per tutti nello stesso modo". "Il problema" ribatte Vignoli "è che però solo uno, in questo caso Microsoft, può eventualmente implementarle tali specifiche o modificarle. Tanto che la versione 3.0 di OpenOffice che rilasceremo a settembre di questo anno conterrà le specifiche OOXML, ma solo in lettura. E non potremmo mai implementarle, nemmeno se Microsoft ci desse il permesso. Noi, infatti, come software open source non possiamo comprendere parti di codice proprietario".

Il ruolo delle amministrazioni pubbliche
Problemi di lana caprina, forse, e per gli addetti ai lavori. Questioni di principio da un lato, di business dall'altro. Ma che sempre più spesso si intrecciano fino a confondersi. Perché dietro a entrambi i modelli, quello open source e quello proprietario, ci sono comunque interessi economici più o meno forti. E in palio per entrambi la decisione di decine di amministrazioni locali e nazionali internazionali, intenzionate - a torto o a ragione - a valutare attentamente non solo l'efficacia dei due standard, ma soprattutto l'impatto economico e politico che l'adozione di uno standard rispetto a un altro per i propri servizi può avere sul mercato e sui cittadini. In altre parole se agevolare posizioni ritenute già dominanti sul mercato oppure no.

Se infatti l'Italia non ha ancora deciso, l'Olanda ha recentemente adottato lo standard ODF per la pubblica amministrazione, così come hanno già fatto Giappone, Belgio e Sud Africa. In Francia invece, l'Afnor, l'ente che rappresenta ISO nel paese d'Oltralpe, ha invitato Ecma a far convergere i due standard. Mentre l'Unione europea ha lanciato il 15 gennaio scorso un'inchiesta ai danni del Big di Redmond inerente proprio lo standard OOXML. La Commissione intende infatti verificare se Microsoft abbia nascosto informazioni ai competitor, in particolare a quelle imprese che volevano realizzare software compatibili con Windows. A rendere questa inchiesta ancora più scivolosa, il fatto che la Commissione abbia specificato di volersi accertare se il formato definito da Microsoft, Office Open XML, "sia sufficientemente interoperabile con i prodotti dei competitor dell'azienda".

Sommersa dal clamore che ha avuto l'offerta pubblica di acquisto contro Yahoo! di qualche giorno fa, "la guerra dei formati" sembra essere dunque passata in secondo piano, quando in realtà è l'altra faccia della stessa medaglia. Se infatti l'Opa da 44.6 miliardi di dollari lanciata contro il numero 2 dei motori di ricerca mira ad aumentare la propria presenza online recuperando fette del mercato pubblicitario, Bill Gates & Co non possono scordare grazie a chi lo hanno potuto fare. Devono, ma soprattutto sembra vogliano, garantire un futuro roseo al proprio gioiello di sempre - Windows e soprattutto Office - a quella gallina dalle uova d'oro che quest'anno sperano farà guadagnare loro 17 miliardi di dollari, pari a quasi un terzo delle entrate complessive previste per l'anno fiscale 2008 che si chiude a luglio. E che permetterà a Steve Ballmer, amministratore delegato dell'azienda, di continuare lo shopping online così come ha annunciato di fare. Ecco perché la questione degli standard aperti è una delle priorità per i vertici Microsoft. Perché non basta voler essere standard "di fatto" - da sempre unico vero obiettivo e ossessione per un'azienda come Microsoft - per esserlo sarà necessario anticipare gli scenari possibili prima che lo facciano altri. Prima che lo faccia Google. Convincere i governi fugando ogni dubbio sull'efficacia, la trasparenza e l'interoperabilità dei propri prodotti diventa un must. Diventare uno standard ISO, una strada obbligata.


D'altra parte la miglior difesa è l'attacco, e Steve Ballmer lo sa. Nessuno meglio di lui lo può sapere. Proprio adesso che Bill Gates sembra volersi ritirare a più benefiche occupazioni. Così come sa che i prossimi mesi per la sua azienda saranno cruciali. Riposizionamento online da un lato grazie all'acquisizione di Yahoo! (ma anche di un altro motore di ricerca come il norvegese Fast Search), così come accordi pubblicitari con importanti partner del calibro ad esempio del Wall Street Journal di Rupert Murdoch. E dall'altro partnership strategiche, alcune delle quali rivolte alla comunità open source e agli organismi internazionali per estendere ulteriormente l'interoperabilità di Windows e garantire lunga vita al proprio software, grazie al quale Microsoft si può permettere a sua volta una, dieci, cento Opa da 45 miliardi di dollari.

Tra il mantenimento delle posizioni offline e la riscossa online, l'azienda di Seattle sta cercando il giusto equilibrio, si sta trasformando, senza però mai perdere di vista l'essenziale che, come diceva il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry, è invisibile agli occhi: il conto in banca.

E se per farlo dovrà rimangiarsi gli strali che proprio lui, Steve Ballmer, lanciò nei confronti di Linux & Co nel 2001 quando paragonò il mondo open source a un cancro che aggredisce la proprietà intellettuale, lo farà. Se dovrà ammettere che l'acquisto di Yahoo! è la controprova che il portalone Msn. com e Windows live non hanno raggiunto i risultati attesi, lo ammetterà. Se infine dovrà modificare il proprio modello di business alla luce di quanto sta facendo il suo peggior incubo, Google, per diventare più veloce e più open, lo cambierà. Anzi, a guardarci bene, pare lo stia già facendo.

(6 febbraio 2008)

2 Comments:

  1. Anonimo said...
    Ah! finalmente ho trovato quello che cercavo. A volte ci vuole tanta fatica a trovare anche una minima parte di informazioni utili..
    Anonimo said...
    Volevo solo fare un commento per dirle che sono felice di aver trovato il vostro blog. Grazie

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