Nel gigante asiatico gli utenti sono diventati 253 milioni, contro i 220 milioni Usa. Nell'ultimo anno, la crescita è stata di oltre il cinquanta per cento


Internet, ormai è ufficiale La Cina ha sorpassato gli Usa
ERA STATO ampiamente annunciato negli ultimi mesi, ma adesso è ufficiale: la Cina ha sorpassato gli Usa nel numero di utenti internet. Secondo i dati diffusi ieri da Pechino, infatti, sono 253 milioni i cittadini che usano la grande rete. Contro i 220 milioni di americani.

Naturalmente i cinesi sono molti di più degli statunitensi, e in percentuale la differenza si vede: il 19% dei cinesi naviga su internet contro il 70% degli statunitensi (una cifra attorno al 70% si riscontra anche in Giappone). Ma proprio questa differenza segnala le enormi potenzialità del mercato cinese. Tanto più che i ritmi di crescita degli internauti sono impressionanti: nell'ultimo anno l'aumento è stato pari a 90 milioni di unità, pari al 50%. Le cifre sono state fornite dal Centro di informazione su internet di Pechino, e basate su un sondaggio telefonico. A riferirlo, oggi, è il New York Times.

Il Centro lavora sotto controllo della Accademia delle scienze cinesi, a sua volta controllata dal governo. Dal punto di vista meramente commerciale, il mercato cinese della telematica è ostacolato dalla pesante censura effettuata a monte sui: i siti stranieri devono accettare numerose restrizioni e il periodico oscuramento quando pubblicano articoli considerati pericolosi, soprattutto per lo sviluppo delle coscienze degli adolescenti cinesi. Veri protagonisti del balzo in avanti dei navigatori del web: quasi il 70% ha meno di 30 anni. Nel primo semestre 2008, su 43 milioni di nuovi utenti, 39 milioni sono studenti liceali.

E parallelamente alla crescita, esplode anche la pubblicità sul web: la società di investimento Morgan Stanley parla di un aumento dal 60 al 70% all'anno del settore, che entro la fine dell'anno potrebbe rappresentare un mercato di 1,7 miliardi di dollari. Per non parlarare delle internet company cinesi (Baidu, Sina, Tencent, Alibaba), che nel Paese in molti casi superano il giro d'affari di giganti come Google e Yahoo. La Baidu, ad esempio, ha visto salire i suoi profitti nel secondo trimestre 2008 dell'81%. E accaparrandosi il 63% del mercato dei motori di ricerca, contro il 26% di Google.

Un'altra misura della crescita di internet è la popolarità dei blog: tra i più popolari, quello dell'attrice Xu Jinglei. Ma anche i blogger sono un fattore di rischio per la censura cinese. Che si preoccupa non solo strettamente di politica (video di protesta, articoli critici) ma anche di pornografia e scommesse online.

Repubblica.it

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Intervista a Ron Deibert, direttore del Citizen Lab di Toronto, centro all'avanguardia nel monitoraggio delle restrizioni online. Non solo Cina, Iran e Arabia Saudita: sistemi di filtraggio sempre più sofisticati. Ma si evolvono anche i software di difesa
MARCO DESERIIS - Repubblica.it

TORONTO (Canada) - Che i media e la rete cinese vengano regolarmente monitorati e censurati non è un mistero. Ma da un paio di settimane le maglie della censura sono ancora più strette: i servizi televisivi dei network satellitari sulla rivolta dei tibetani a Lhasa e sulle contestazioni all'accensione della fiamma olimpica vengono regolarmente oscurati, i maggiori siti di informazione internazionale sono spesso inaccessibili, e anche l'accesso a YouTube, su cui sono stati postati diversi video indipendenti della rivolta, risulta bloccato.

La stretta repressiva non coglie certo di sorpresa Ron Deibert, direttore del Citizen Lab di Toronto, centro di ricerca all'avanguardia nel monitoraggio della censura online. "I siti sull'indipendenza del Tibet sono sempre stati oscurati in Cina", spiega Deibert. E in momenti come questo, è facile per il governo cinese bloccare l'accesso a determinati siti: i loro filtri sono installati direttamente sulle dorsali di internet, negli internet service provider e negli internet caffè, il che oltre a essere tecnicamente efficace produce un clima di autocensura."

Situato in uno spazioso seminterrato inondato di luce all'interno del Munk Centre for International Studies dell'Università di Toronto, il Citizen Lab è in questi giorni in piena fibrillazione. Oltre a monitorare la situazione cinese, il team di dodici ricercatori si riunisce frequentemente nella sala conferenze - ironicamente ribattezzata "the cage" (la gabbia) - per vagliare i dati raccolti nel 2007 sullo stato della censura in internet in 71 paesi. Condotta in collaborazione con la OpenNet Initiative - una partnership delle università di Toronto, Harvard, Oxford e Cambridge - la ricerca verrà pubblicata ufficialmente a giugno.

Da un paio di settimane la OpenNet Iniative ha dato alle stampe Access Denied, un volume edito dalla casa editrice del MIT, contenente i dati relativi alle ricerce effettuate nel 2006 in 41 paesi. I risultati non sono certo rassicuranti: "La censura su internet è in crescita sia da un punto di vista quantitativo che per sofisticazione," spiega Deibert. "Su 41 paesi in cui abbiamo condotto dei test, abbiamo riscontrato varie forme di censura in 26 paesi. Quando iniziammo il monitoraggio nel 2000 erano pochi i paesi a destare preoccupazioni: la Cina, l'Iran, l'Arabia Saudita e pochi altri. Negli ultimi anni la crescita è stata impressionante. Dal rapporto 2007 ci aspettiamo che siano una quarantina i paesi che esercitano varie forme di controllo sulla rete."

Quali sono gli stati in cui la censura è più diffusa?
"Nel rapporto 2006, abbiamo classificato alcuni paesi come censori "pervasivi" - il che significa che hanno bloccato la percentuale più alta di contenuti in tutte le categorie che abbiamo testato. In questa categoria rientrano Cina, Birmania, Vietnam, Tunisia, Iran e Siria. Seguono l'Uzbekistan, il Pakistan, l'Etiopia, l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi che bloccano una quantità "sostanziale" di contenuti".

Quali sono le tipologie di censura più frequenti?
"Abbiamo diviso il filtraggio di contenuti in quattro tipologie: la censura apertamente politica; quella sociale (contenuti legati alla sessualità, il gioco d'azzardo, il consumo di droghe e alcol, ecc.); la censura legata a conflitti armati regionali; e la censura relativa e specifici servizi internet come l'email, il web hosting, e i motori di ricerca. Ad esempio negli ultimi anni abbiamo notato una crescita della censura nel Voice Over IP e di servizi come YouTube. Inoltre le tecniche stesse di filtraggio variano da paese a paese".

Può fare un esempio?
"In alcuni paesi, come la Cina, il filtraggio viene implementato soprattutto a livello delle dorsali e dei gateway internazionali. In altri paesi il filtraggio avviene a livello dei singoli Internet Service Provider. Il che significa che la rete appare diversa a seconda del provider da cui ci si collega. Inoltre, in paesi come la Cina la richiesta di una pagina bloccata restituisce all'utente un semplice errore di time out. In altri casi, come in Arabia Saudita, il governo chiede al cittadino di compilare un form in cui può spiegare perché la pagina richiesta non dovrebbe essere bloccata".

Avete riscontrato una crescita della censura anche nelle cosiddette democrazie occidentali? Se sì, qual è la differenza con la censura nei paesi non democratici?
"Diversi paesi occidentali hanno iniziato a discutere il filtraggio dei contenuti in rete, in particolare in relazione a materiali legati allo sfruttamento sessuale dei minori o alla pornografia in rete. Tra questi vi sono Stati Uniti, Gran Bretagna, Norvegia, Danimarca, Canada e Australia. Poiché in questi paesi il filtraggio viene discusso a livello legislativo, non ci siamo concentrati molto su di loro, perché le eventuali tecniche di filtraggio adottate sono in gran parte trasparenti. Il discorso cambia notevolmente se ci si sposta nel settore commerciale. Ad esempio, esistono una serie di aziende nella California del Nord che si stanno specializzando nella produzione di software per il filtraggio selettivo di contenuti. Software che vengono rivenduti a paesi terzi come l'Iran, la Birmania e la Tunisia. Il problema è che questi software sono protetti da segreto industriale ed è quindi estremamente difficile per i cittadini sapere quali tipo di servizi e contenuti vengono filtrati, e perché. Bisogna inoltre considerare - e questa osservazione vale anche per i paesi democratici - che una volta che dei sistemi di filtraggio vengono installati la tentazione di usarli per scopi diversi da quelli dichiarati può essere molto forte".

Come fate a raccogliere i vostri dati? Qual è il modello organizzativo della OpenNet Initiative?
"La OpenNet Initiative si avvale del lavoro di circa ottanta operatori che combinano la ricerca contestuale sul campo con una serie di strumenti sofisticati di indagine sulle reti. Le quattro università che formano la partnership hanno diverse funzioni. Ad esempio l'Advance Network Research Group dell'università di Cambridge coordina la ricerca sul campo. Al Citizen Lab invece sviluppiamo gli strumenti di monitoraggio delle reti. Ci avvaliamo inoltre della collaborazione di circa ottanta Ong che sono fondamentali per capire i paesi che stiamo studiando, dalla lingua ai problemi politici a livello locale. A livello tecnico usiamo diversi strumenti di analisi, come il Traceroute, per capire come sono dislocati i filtri. Tuttavia, al di là del fatto che alcune di queste tecniche di monitoraggio sono discutibili da un punto di etico, anche da un punto di vista tecnico hanno un'efficacia limitata, soprattutto se le si usa solo remotamente. Per questo ci affidiamo a una serie di ricercatori che si trovano fisicamente nei paesi sotto osservazione. I ricercatori scaricano da internet o portano con se nei propri computer portatili delle applicazioni e le usano a livello locale collegandosi a internet da diversi provider. Le applicazioni creano degli elenchi di migliaia di URL e parole chiave, che vengono poi trasmesse a dei database situati al Citizen Lab di Toronto dove vengono analizzate e interpretate".

"In un certo senso - continua Deibert - la nostra struttura organizzativa è ricalcato sul modello dei servizi di intelligence nazionali: la divisione del settore tecnico e umano, la compartimentazione delle conoscenze, sono tutte misure che adottiamo per proteggere i nostri ricercatori, cioè coloro che corrono i rischi maggiori. In molti dei paesi che stiamo studiando questo tipo di operazioni sono classificate come spionaggio. Personalmente, trovandomi al vertice di questa operazione, non conosco l'identità di gran parte dei nostri ricercatori. Se volessimo descriverci in poche parole potremmo dire che la ONI è "un'operazione di contro-spionaggio globale della società civile"".

Nel dicembre 2006 il Citizen Lab ha rilasciato Psiphon un software che consente ai navigatori di aggirare la censura nei paesi che bloccano l'accesso a determinati siti. Può spegarci come funziona?
"Psiphon si serve di Internet e delle reti sociali di amici, familiari e conoscenti distribuite 'a cavallo' di paesi in cui la rete è censurata e di paesi in cui non lo è. Il primo passo per rendere Psiphon operativo è che una persona residente in un paese in cui internet non è censurata scarichi il software e lo installi sul proprio computer, che diviene così un provider Psiphon. La persona in questione fa quindi pervenire le informazioni per connettersi al proprio nodo Psiphon a una ristretta cerchia di familiari, amici o colleghi residenti in un paese in cui la rete è censurata. Quando questi vogliono visualizzare dei contenuti bloccati si collegano con un nome utente e password al nodo-provider Psiphon, che li collega a sua volta all'informazione richiesta. Poiché l'intera transazione è crittata e il processo rimane privato, è difficile per le autorità individuare e bloccare i nodi Psiphon. Inoltre il protocollo utilizzato da Psiphon è l'Https che essendo in uso per le transazioni finanziarie non può essere bloccato indiscrinatamente dai provider.

Quali sono le principali differenze tra Psiphon e altri software anonimizzanti?
"Psiphon non è un anonymizer. I suoi utenti non sono anonimi rispetto al loro provider. Anche se il traffico tra l'utente Psiphon e il provider Psiphon è crittato, questi ultimi possono in teoria monitorare tutte le attività degli utenti Psiphon. Lo abbiamo progettato in questo modo deliberatamente, per sottolineare l'importanza dei rapporti di fiducia interpersonale, in particolare tra i provider e gli utenti di Psiphon. Rispetto ad altri software simili Psiphon ha il vantaggio di essere molto facile da installare. E poi è open source, il che significa che riceviamo ottimi suggerimenti su come migliorarlo".

Quanti utenti ne fanno uso al momento?
"L'architettura decentrata di Psiphon e l'indipendenza di ciascun nodo, fa sì che sia impossibile per noi sapere quante persone ne fanno uso. Quello che sappiamo è che dal dicembre 2006 è stato scaricato da 150.000 utenti. Anche i ricercatori dell'OpenNet Initiative se ne servono quando si trovano nei paesi in cui la rete è censurata, il che significa che sappiamo bene come funziona 'sul campo'".

Le Olimpiadi di Pechino potrebbe fornirvi un'ottima occasione per diffondere Psiphon. Molti giornalisti e operatori avranno bisogno di fare un uso non censurato della rete...
"Di recente ci siamo resi conto che esiste una porzione significativa degli utenti della rete che potrebbe beneficiare di un servizio professionale strutturato intorno a Psiphon, e le Olimpiadi di Pechino ne sono un buon esempio. Migliaia di giornalisti arriveranno in uno dei paesi in cui la rete è più censurata. Anche se alcune testate dispongono di soluzioni proprie, molti si affideranno a fornitori esterni. Per questo abbiamo creato una società apposita che ha riscontrato un interesse immediato. Ovviamente la maggior parte delle aziende interessate preferiscono non parlarne apertamente per timore di mettere i propri giornalisti a rischio. Noi speriamo che le Olimpiadi siano l'occasione giusta per lanciare Psiphon come business".

Quali sono le tecniche di aggiramento della censura più usate dagli attivisti e dai dissidenti cinesi per navigare?
"La maggior parte degli utenti cinesi si servono di server proxy aperti. Essendo "aperti" questo tipo di server sono insicuri per definizione e possono essere facilmente monitorati. Inoltre molti di questi server finiscono rapidamente su delle block list, e quindi diventa estremamente difficile farne uso. Esistono anche dei software realizzati da cittadini cinesi che vivono negli Stati Uniti, ma poiché devono essere scaricati non sono del tutto sicuri. Altri utenti cinesi si servono di Tor, un software che distribuisce le richieste dei navigatori lungo una lunga serie di nodi che anonimizzano l'identità di chi naviga. Anche quando non vengono bloccate, questo tipo di connessioni hanno il problema di essere estremamente lente".

In che modo Psiphon può tornar loro d'aiuto?
"Psiphon è facile da usare, molto veloce, e piuttosto sicuro. Se i cittadini cinesi hanno contatti con amici, familiari e parenti al di fuori del loro paese è un ottima scelta. Abbiamo tradotto le FAQ in cinese e faremo lo stesso con l'interfaccia del software e la guida utente. Stiamo anche lavorando a una nuova versione che permetterà agli utenti di fare domanda per la gestione di nodi Psiphon anche se si trovano all'interno del paese censurato, senza che debbano scaricare alcun software. L'interno processo sarà gestito dal web. Per lanciare questo servizio Psiphon dovrà gestire migliaia di nodi a livello mondiale e implementare una strategia anti-bloccaggio. Quest'ultima richiede molte risorse, il che dipende da quanti introiti l'azienda riuscirà a generare, e da altre forme di sovvenzionamento".

A proposito, chi sono i finanziatori della OpenNet Initiative?
"La ONI è finanziata da diverse fondazioni come la MacArthur Foundation e l'Open Society Institute. All'ONI consideriamo la nostra autonomia un fattore cruciale. Non accettiamo soldi dai governi ad esempio, e facciamo sì che un elenco aggiornato di tutti i nostri finanziatori sia sempre presente sul nostro sito".


L'organizzazione di finanziamento "tra pari" online ha ormai 270mila utenti Aiuta i poveri di 40 paesi a mettere su piccole attività. Il denaro circola a costo nullo. Nasce nella Silicon Valley, tempio dell'hi-tech. Il presidente Shah: "Presi per matti"

di PAOLO PONTONIERE


Kiva, tra banca e social network presti 25 dollari e avvii un'impresa

Il presidente di Kiva, Premal Shah, e il cofondatore Matt Flannery

ROMA - Un tanzaniano che presta soldi a un peruviano, che a sua volta li presta a un'indiana che spera di raccoglierne abbastanza per avviare una piccola sartoria di villaggio. Che cos'hanno in comune? Sono tutti membri di Kiva.org, uno dei primi, e più efficaci, social network per il prestito P2P, tra pari. Un sito che dimostra che non tutta la finanza internazionale è in crisi e che anzi quando si viene alla gestione del credito, oggi piccolo e autogestito è bello.

Emanazione diretta delle teorie del premio Nobel per l'economia Muhammad Yunus e dell'operato della Grameen Bank, Kiva può essere considerata come una sorta di borsa online del microcredito. Un luogo al di fuori del sistema bancario tradizionale dove creditori e debitori si incontrano per scambiarsi orizzontalmente risorse economiche e incoraggiamento. I membri del network pubblicano i loro progetti sul sito di Kiva e i prestatori seguono il loro sviluppo attraverso un diario internet. Nella maggior parte dei casi, si tratta di imprenditori che chiedono un prestito che può andare dalle poche centinaia a qualche migliaio di dollari. Coloro che vogliono aiutarli a realizzare il loro sogno - perché molto spesso proprio di questi si tratta - possono prestargli contanti, versando 25 dollari ciascuno. Non molto si dirà ma per una bangladeshi che, facendosela prestare dall'usuraio del villaggio, sulla stessa cifra avrebbe pagato oltre il 300 per cento di interesse, rischiando inoltre di finire in schiavitù quando non è in grado di ripagare in tempo, i piccoli prestiti rappresentano una via praticabile verso l'affrancamento da un circolo vizioso di coercizione economica e povertà cronica.

E pensare che quando avevano lanciato l'idea, Matt e Jessica Flannery, due lavoratori della catena di montaggio digitale che fa girare le ruote di San Francisco e della Silicon Valley (programmatore a TiVo lui, Master in business administration con puntate ad Amazon e al Center for Social Innovation di Stanford lei), s'erano sentiti dire che stavano perdendo tempo. Che nessuno li avrebbe finanziati o che nessuno avvrebbe mai prestato denaro online ai poveri dei paesi emergenti.

"Alcuni amici avvocati ci dissero addirittura che saremmo finiti nelle maglie della FED perché stavamo violando le leggi federali", racconta Premal Shah, presidente di Kiva e uno dei primi uomini di PayPal, "E così, piuttosto che sfidare le ire di Bernanke preferimmo limitarci ad apire linee di credito solo per i cittadini dei paesi emergenti".

Ma 270 mila membri e 40 mila prestiti devoluti dopo, Kiva non solo è diventato uno dei siti più in voga del web, un luogo dove tutti vogliono recarsi per fare del bene al terzo mondo, ma ha attirato anche l'attenzione dei maggiori pensatori progressisti statiunitensi. A cominciare dall'ex presidente Bill Clinton, che l'ha voluta nella sua inziativa globale contro la povertà, per finire con i vertici di Momentum 2008, uno dei maggiori incontri periodici dell'intellighenzia di sinistra statunitense che, al suo recente convegno di San Francisco, ha riservato ovazioni degne delle rockstar ai rappresentanti di Kiva.

Oggi Kiva cresce al ritmo di oltre ottomila prestatori alla settimana, finanzia 2500 progetti (di cui 550 vengono in media ripagati ogni settimana); i ranghi dei richiedenti nuovi prestiti si infoltiscono di 1500 aderenti. E contrariamente alle altre istituzioni finanziarie, come le casse di risparmio che al ricevente fanno sempre pagare una serie di tariffe per l'originazione del credito, i capitali affidati a Kiva arrivano al destinatario nella loro "interezza".
"Siamo una non profit che dipende molto dal volontariato e dalla carità degli utenti", afferma Shah. Ogni prestito ha un costo medio di gestione di 2,50 dollari, ma l'amministrazione del sito, anziché detrarlo al richiedente, invita il prestatore a versare la cifra come sottoscrizione. "Può sembrare incredibile ma oltre il 70 per cento dei prestatori, seppure non siano obbligati a farlo, sceglie di donare anche di più", aggiunge Shah.

Non tutto è sempre andato per il meglio, però. La fase iniziale di Kiva è passata attraverso un buon numero di problemi. "Primo tra tutti quello della scelta dei partner che dovevano garantire il microcredito nei paesi nei quali andavamo a realizzare i prestiti", racconta Matt Flannery, "Alcune non profit africane erano una mera emanazione personale di leader locali che avevano un'idea abbastanza diversa di cosa significa fare un prestito, a chi farlo e come bisogna ripagarlo".

Il battesimo africano di Kiva aveva quasi fatto svanire il sogno di costruire una centrale mondiale del microcredito, ma oggi, dopo aver sviluppato un nuovo sistema per stabilire le partnership, un centinaio in giro per il mondo, il sito è presente in 40 paesi. Il suo successo è tale che il mensile di finanza Forbes l'ha definito l'eBay del microcredito, un sito che esprime uno spirito aziendale che incrocia l'aggressività di Google con la creatività di Bono. Oprah Winfrey, la maggiore intrattenitrice afro-americana degli Stati Uniti, gli ha addirittura dedicato uno speciale lanciandola nel firmamento delle organizzazioni caritatevoli mondiali a fianco di Catholic Relief Services, CARE e Oxfam. Col tempo sono pure arrivate le imitazioni.

La stessa eBay l'anno scorso ha lanciato MicroPlace https://www.microplace.com , un sito per il microprestito, mentre NamasteDirect e MicroEnetrprises, seppure fondate nel 2005, solo quest'anno si sono investite pesantemente nel web. Intanto Kiva, che garantisce un ritorno del 22 per cento sui suoi prestiti, si sta preparando a sbarcare negli USA, dove con quasi 40 milioni di poveri - gran parte in aree urbane e nel sud del paese - la popolazione indigente che potrebbe usare gli strumenti del microcredito per sollevarsi dalla miseria non manca certamente. "E così in breve potrà anche accadere che un povero del Malawi presterà dei soldi ad uno della Louisiana", sogna Premal.

repubblica.it

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Abbiamo provato lo smartphone della Apple, da domani in vendita in Italia. Telefono, email, internet, foto, video, musica, gps, videogiochi e altro ancora. Ecco il cellulare intelligente...

LA LUNGA attesa sta per finire. Domani l'iPhone sarà nei negozi italiani, nella nuova versione 3G, con molte novità rispetto al primo modello, uscito un anno fa negli Stati Uniti. L'attesa è grande e già le prenotazioni per questo nuovo gadget fanno registrare il "tutto esaurito" per le prime quantità che arriveranno domani. Lo smartphone della Apple è già stato venduto in sei milioni di esemplari e Steve Jobs prevede di arrivare a 10 milioni per la fine del 2008.

E' la macchina portatile della "screen generation", destinata a cambiare in maniera radicale lo scenario della comunicazione mobile. Non è solo un telefono, ma soprattutto un terminale Internet mobile, una macchina multifunzione che consente molte attività diverse. Jobs, del resto, presentando la nuova macchina qualche settimana fa a San Francisco aveva segnalato l'inizio di una nuova stagione della telefonia mobile e del computing da tasca, una stagione nella quale la sfida sarà su macchine e servizi sempre più sofisticati e ricchi, in grado di garantire soddisfazione ad una generazione di utenti che chiede macchine multimediali e non telefoni, in grado di fare molte più cose e in maniera incredibilmente più semplice, ad un costo più basso.

Se la prima versione dell'iPhone lasciava ancora qualche margine di dubbio, proprio perché sembrava non aver deciso cosa essere esattamente (un iPod, un telefono, uno smartphone, un terminale Internet mobile), l'iPhone 3G è una macchina che, invece, fa una radicale scelta di campo, ovvero quella di non essere più un telefono. Non è la telefonia il motivo d'acquisto di una macchina del genere, ma tutto il resto. Quella telefonica è, in fin dei conti, una funzione secondaria, perché è identica in tutti i telefoni, quindi scegliere un portatile piuttosto che un altro non comporta miglioramenti. Invece fotografare, o ascoltare musica, o collegarsi alla rete, non avviene allo stesso modo su tutte le macchine.


Ed è su questo terreno che si sta giocando la partita principale tra i grandi produttori, Nokia, Motorola, Samsung, Blackberry, Htc, Palm, e tutti gli altri mettono sul mercato macchine sempre più sofisticate e multifunzione, per un pubblico che chiede strumenti sempre più efficienti e, in alcuni casi, divertenti. Con i quali giocare e passare il tempo, oltre che telefonare. Ed è su questo terreno che l'iPhone gioca la sua partita, e Steve Jobs scommette il suo futuro.

Abbiamo provato l'iPhone 3G ed eccone le caratteristiche principali:

Telefono
L'iPhone è ovviamente un telefono, anche se privo di tastiera. Per digitare i numeri compare sullo schermo un tastierino virtuale che risponde al tatto. Si possono ricevere e trasmettere sms, non gli mms. Non consente le videochiamate. A differenza del precedente è Umts, ma anche Gprs, Edge e Hdspa.

Email
Si possono ricevere e spedire mail, utilizzando tutti i sistemi di posta. E il telefono si integra con Microsoft Exchange.

Musica
L'iPod ha le normali funzioni di playlist e di ascolto casuale. E' stata migliorata l'uscita audio, anche in termini di volume. Esiste la possibilità di collegarsi direttamente all'iTunes Store, comprare e scaricare la musica sul cellulare, ma può essere utilizzata solo in presenza di una connessione wifi.

Video
Il "melafonino" ha uno schermo molto ampio, che consente la visione di film e video con una buona risoluzione. Nell'iTunes Store è possibile comprare film, video e programmi televisivi. Ma, incomprensibilmente, solo negli Stati Uniti.

Foto
La fotocamera ha due megapixel. E non consente, nella sua versione ufficiale, di girare filmati. Ma ci sono già applicazioni che possono essere scaricate e aggiungono all'iPhone anche questa funzione. Lo scorrimento delle immagini con il tocco delle dita, la possibilità di zoomare nelle fotografie e di creare album rendono la sezione immagini molto accattivante e funzionale.

Gps
Una delle principali novità del nuovo iPhone è il Gps integrato, che funziona in maniera brillante, ottimamente integrato con Google Map, sia nella versione "disegnata" che in quella satellitare. Offre funzioni di itinerario, ma non ha una guida vocale.

Internet
L'iPhone si collega ad Internet attraverso il wifi, e attraverso il collegamento telefonico veloce. Le pagine si caricano molto rapidamente e sono ben visibili sullo schermo. Il browser utilizzato è il Safari, ampiamente sperimentato sulle macchine Apple.

Videogiochi
Per la prima volta sull'iPhone arrivano i videogame, molti dei quali sviluppati espressamente per questa nuova macchina. Alcuni giochi utilizzano l'accelerometro interno, quello che serve a far ruotare le schermate e reagisce ai movimenti, per giocare.

YouTube
L'Iphone propone un collegamento diretto con YouTube, si possono cercare i filmati e vederli sullo schermo in streaming.

App Store
La grande novità è la possibilità di scaricare moltissime applicazioni nel cellulare. Strumenti professionali, giochi, migliorie tecniche, nuove funzioni, che rendono l'iPhone espandibile.

Altre funzioni
Lo smartphone della Apple offre anche due calcolatrici, una semplice e una scientifica, un servizio di aggiornamento continuo sulla borsa, uno sul meteo, una agenda multifunzione e un blocco note.

http://www.repubblica.it/2008/07/sezioni/scienza_e_tecnologia/iphone-3g/iphone-arriva/iphone-arriva.html?ref=hpspr1

Presentato lo scorso giugno come il primo dispositivo hardware a permettere l'installazione di Mac OS X sui PC, EFiX fa il suo primo, timido ingresso sul mercato. Secondo questa pagina del sito ufficiale, oggi la versione per PC desktop di EFiX è in vendita a Taiwan e in Bulgaria, mentre sono in corso trattative per estenderne la distribuzione a Stati Uniti, Malaysia, Hong Kong, Brasile, Spagna, Russia e Ucraina.

EFiXIl prezzo di lancio del prodotto è di 80 euro, ma la società che fabbrica EFiX conta di ridurne significativamente il costo non appena i volumi di produzione saliranno.

Come spiegato sul sito del produttore, EFiX è un piccolo dispositivo da installare all'interno di un PC desktop, collegandolo ai pin di una porta USB presente sulla scheda madre. Lo "scatolotto" consente di installare Mac OS X su un comune PC utilizzando il DVD originale, dunque senza ricorrere a versioni modificate del sistema operativo di Apple: ciò non solo evita lunghe ed elaborate procedure d'installazione fai-da-te, ma permette anche di avvalersi del sistema di aggiornamento automatico integrato in Mac OS X.
EFiX deve il suo nome all'Extensible Firmware Interface (EFI), che come noto è l'unico tipo di firmware nativamente supportato da Mac OS X. Insieme ai chip contenuti nel device, il firmware di EFiX - aggiornabile via Internet in modo indipendente dal BIOS della scheda madre - fa sì che Mac OS X riconosca il PC come un Mactel autentico.

Attualmente, però, EFiX supporta ufficialmente un numero limitato di schede madri Intel-based, peraltro tutte marchiate Gigabyte. In realtà le configurazioni hardware potenzialmente compatibili con EFiX sono ben di più, e verranno aggiunte alla lista ufficiale mano a mano che saranno testate dall'azienda che produce il prodotto.

"Il supporto per i frigoriferi, i forni a microonde e i mouse pad non è ancora stato implementato... per ora", ironizzano i creatori di EFiX sul sito ufficiale, secondo i quali EFiX sarà presto in grado di supportare la stragrande maggioranza dei PC oggi in commercio.

Oltre ad estendere il numero di paesi nei quali sarà possibile acquistare EFiX, gli sviluppatori del dispositivo hanno già in piano il futuro lancio di una versione per i notebook, di una con interfaccia PCI e di una saldabile direttamente sulla scheda madre di un PC (dedicata agli OEM). L'attuale modello USB per PC desktop dovrebbe invece arrivare in due nuove versioni: la Deluxe, che aggiungerà un hub USB e un chipset audio integrato, e la Ultimate, dotata anche di Bluetooth.

Al momento non esiste alcuna tabella di marcia ufficiale: l'effettiva commercializzazione di questi prodotti dipenderà in larga parte dal grado di interesse che il mercato dimostrerà verso questo tipo di soluzioni. Tra le incognite non può essere ignorata anche quella relativa ad eventuali reazioni di Apple, reazioni che si attendevano per altro anche nel caso degli Open Mac di Psystar e che invece, ad oggi, non ci sono ancora state.