Paradossalmente, la Rete è stata fortemente promossa dallo Stato. Poi, però, è cresciuta sotto pesanti limitazioni alla navigazione. Sei cancelli e le parole vietate, ecco Internet censurato alla cinese
La "Grande muraglia": un insieme di sofisticati "firewall" e software, che rappresentano il più avanzato tentativo di controllare il cyberspazio





PECHINO - Una caratteristica originale di Internet in Cina è il ruolo propulsore e decisivo che lo Stato ha avuto nel suo sviluppo. Questo aspetto è stato esposto nei dettagli da uno dei più autorevoli esperti del settore, il dissidente cinese in esilio Xiao Qiang, nella sua audizione del 14 aprile 2005 a Washington ("The Development and the State Control of the Chinese Internet") di fronte alla US-China Economic and Security Review Commission. Molto più di quanto abbia fatto davvero (al di là dei proclami retorici) l'allora vicepresidente americano Al Gore quando a metà degli anni Novanta lanciò lo slogan delle "autostrade dell'informazione", in Cina le autorità di governo hanno avuto inizialmente una funzione maggiore dei privati nel consentire la diffusione della rete. Come nel caso degli aeroporti e dei porti, delle telecomunicazioni e delle autostrade, Internet è stato considerato dai vertici del partito comunista uno strumento al servizio dello sviluppo economico. E per definizione tutto ciò che contribuisce a mantenere alti ritmi di crescita economica è utile a cementare il consenso e la stabilità del regime.

Mentre negli Stati Uniti e in Europa Internet è cresciuto in maniera pervasiva, con un ruolo determinante degli interessi privati fin dall'inizio, e con un approccio bottom-up, in Cina il governo ha promosso e disegnato l'infrastruttura. Questo fra l'altro ha consentito di organizzarla secondo uno schema fortemente centralizzato, come tale più facile da sottoporre a controlli.

Gli utenti Internet in Cina si collegano alla rete globale passando attraverso sei "cancelli" di interconnessione che sono strettamente sorvegliati da agenzie statali. Esistono molti Internet Service Providers privati, ma essi possono operare solo collegandosi al World Wide Web attraverso quei sei cancelli, e pagando il pedaggio politico imposto dal governo. "In realtà - ha detto Xiao Qiang - Internet in Cina è piuttosto un grande Intra-net (rete a circuito chiuso, ndr) su scala nazionale, con accessi limitati all'Internet globale".

La componente più nota di questi controlli governativi è la censura, soprannominata dai dissidenti The Great Firewall of China (la Grande Muraglia di Fuoco della Cina), la cui funzione consiste nell'oscurare l'accesso ai siti indesiderati.

Sono "invisibili" per un utente che si trovi sul territorio cinese ben 19.000 siti stranieri sgraditi, che vanno da quelli della Bbc ad Amnesty International, da Wikipedia ai missionari cattolici di Asianews. Una censura più selettiva è quella che consiste nell'oscurare con precisione chirurgica solo quelle schermate che contengono alcune delle parole proibite contenute in un corposo "libro nero" del governo.

Per sorvegliare l'informazione che circola in rete il governo impiega trentamila tecnici a tempo pieno, assistiti da programmi di software che talvolta sono made in China, in altri casi sono stati forniti volontariamente dalle grandi società di software occidentali. Quei programmi filtrano le parole, cancellano, censurano, bloccano messaggi. Si è scoperto come uno di questi filtri si introduce di soppiatto all'insaputa degli utenti: il software Qq è il più diffuso per la messaggeria istantanea via Internet; la società cinese che produce Qq, la Tencent, su diposizione delle autorità ha incollato a quel software un programma (nome in codice ComToolKit. dll) che automaticamente blocca tutte le parole proibite.

Il Center for Internet and Society dell'università di Harvard lo ha definito "il più sofisticato sforzo in atto nel mondo" per controllare il cyberspazio. L'università di Berkeley è riuscita a estrarre il programma di software: contiene 1.041 parole sospette. Nella lista nera il 15% sono termini che hanno a che vedere con la pornografia e la pedofilia.

Il resto riguarda invece le libertà politiche e religiose, i diritti umani. Tra le 1.041 parole pericolose ci sono "democrazia", "libertà" e tutti i suoi composti e derivati (Free-China, Free-Net), "corruzione", "manifestazione", "sciopero", "Tibet indipendente", "Falun Gong". C'è anche la locuzione "figli di dirigenti del partito", forse per individuare tentativi di ricerca online sui patrimoni familiari, le aziende che possiedono, i consigli d'amministrazione di cui sono membri.

Le 1.041 parole sospette non vengono necessariamente censurate. Sono i campanelli d'allarme che fanno scattare i filtri della Grande Muraglia di Fuoco. Se un utente residente in Cina clicca troppe volte "Tibet libero" vede misteriosamente interrotta la connessione. Oppure si trova istradato per forza verso il sito ufficiale del governo che esalta "la pacifica liberazione del Tibet" da parte dell'esercito cinese nel 1950.

FEDERICO RAMPINI  - repubblica.it (31 luglio 2008)

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